“Lo avevo detto: starò qui finché non vedrò i responsabili di quanto accaduto togliersi il camice bianco. È quello che avevo chiesto e che chiedo da quando è stata resa pubblica la relazione della commissione ispettiva. È il minimo: le sospensioni erano doverose, ma avrebbero dovuto avere almeno la dignità di autosospendersi da soli, mi hanno costretta ad andare ogni giorno in ospedale per ottenere questo. Penso che pagheranno un prezzo più caro di quanto avessero immaginato, perché un caso del genere a livello mondiale non è mai accaduto”. Francesca Frezza è la mamma di Nina, una delle piccole morte a causa dell’infezione da Citrobacter contratta all’ospedale Borgo Trento di Verona. Ha accolto con soddisfazione la sospensione cautelare dal servizio di tre medici dell’ospedale Borgo Trento di Verona dove si sono verificati quattro decessi, nove bambini hanno subito gravi danni cerebrali e più di una novantina sono stati interessati al contagio nell’arco di due anni. Si tratta del direttore sanitario Chiara Bovo, del direttore medico ospedaliero Giovanna Ghirlanda e del dottor Paolo Biban, direttore della pediatria ad indirizzo critico. Il provvedimento è stato adottato sulla base delle risultanze della commissione nominata dalla Regione Veneto a giugno. Naturalmente nei loro confronti si apre ora un contenzioso disciplinare in cui potranno interloquire, fornendo spiegazioni e giustificazioni.

Mamma Francesca ripercorre la storia: “In quell’ospedale è accaduto di tutto: hanno insabbiato, hanno nascosto, hanno manipolato. Sappiamo che la Regione Veneto è stata tenuta all’oscuro e anche il commissario è venuto a conoscenza della situazione a maggio scorso. Ma adesso penso che saranno molte di più le persone coinvolte, perché si è scoperchiato il vaso di Pandora”. Lo ha spiegato durante un incontro con il commissario dell’Azienda ospedaliera di Verona, Francesco Cobello, e il direttore del Dipartimento di Ostetricia e Pediatria, Massimo Franchi. “Questa volta hanno avuto finalmente il coraggio e anche l’umanità di venire ad incontrarmi. Li ho visti in faccia per la prima volta ed era una cosa che dovevo fare, per mia figlia e per tutti gli altri neonati segnati da questa tragedia. Mi sono detta: adesso l’incontro alla direzione dell’ospedale lo chiedo io, direttamente. E così ho fatto”. Francesca Frezza era accompagnata da Elisa Bettini, mamma di Alice, che è deceduta il 16 agosto, anche lei dopo mesi di agonia. Parlando con Cobello e Franchi, ha ricostruito quello che è accaduto dal momento della nascita, nel marzo 2019, fino alla morte di Nina, avvenuta nel novembre successivo dopo che era riuscita a farla trasferire al Gaslini di Genova, dove ha potuto ricevere cure compassionevoli. “Io non sono andata in ospedale per protestare, per voglia di giustizialismo o perché sono arrabbiata, ma per una questione di verità. Ci sono state troppe lacune, la reiterazione di errori, un’omertà vergognosa e questo davanti al rispetto umano e morale di donne che come me hanno perso un figlio”.

Intanto gli ispettori ministeriali hanno interrogato i medici responsabili della struttura ospedaliera e dei reparti, due dei quali poi oggetto dei provvedimenti cautelari. In particolare, hanno sentito i dottori Cobello, Bovo, Ghirlanda e Franchi. Dall’Azienda ospedaliera di Verona è stata inviata alla Regione Veneto una relazione in risposta alle contestazioni formulate dal direttore generale della sanità, Domenico Mantoan, anche per volere del governatore Luca Zaia.

“Utilizziamo il latte già fornito dalle aziende produttrici in forma liquida per il quale non viene richiesta alcuna manipolazione da parte degli operatori e solo occasionalmente si utilizza latte in polvere reidratato per particolare esigenze del neonato: in questo caso non viene utilizzata acqua potabile presa dal rubinetto, ma acqua minerale in bottiglia”. Questa la replica a una delle accuse più gravi, aver usato acqua di rubinetto (dove si annidava il Citrobacter) nella preparazione del latte. Cobello ha elencato anche gli interventi effettuati per cercare di scoprire la provenienza del batterio che è particolarmente pericoloso per i neonati prematuri, vulnerabili ai danni cerebrali. Ha poi spiegato quali sono state le procedure di igienizzazione messe in atto dopo l’11 giugno per bonificare gli ambienti, quando si decise di chiudere sia il reparto di ostetricia, che le terapie intensive neonatale e pediatrica. Ma a quel punto i danni sanitari erano già stati fatti. Nella relazione di Cobello si precisa che il tasso d’infezione è stato dell’1,4 ogni 100 ricoverati nel 2019 e dell’1,8 nel 2020. “E comunque colonizzazione batterica non significa malattia e non è nemmeno predittiva di futura malattia”, questa la giustificazione.

Sul fronte penale sono aperte due indagini preliminari: la prima a Firenze, dove è avvenuta la morte di Nina, la seconda a Verona dove si sono verificati altri tre decessi e 9 neonati hanno subito gravi lesioni. Il reato contestato (al momento a carico di ignoti) è quello previsto e punito dall’articolo 590 sexies del Codice Penale, la “responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario”. Prima di iscrivere i nomi dei medici nel registro degli indagati, i magistrati attendono il rapporto dei carabinieri del Nas.

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