“Sorella, la tua immagine ci sta a cuore. Curala. Altrimenti lo faremo noi”. Piomba diretto dal “decennio nero” algerino, quello in cui gruppi inferociti di terroristi islamici insanguinarono indisturbati strade e case di gente comune, Non conosci Papicha: il film scritto e diretto dalla regista Mounia Meddour, nelle ritrovate sale italiane dal 27 agosto. Ed è tutta una questione di taglio e di indifferibile sguardo al femminile. Sul finire degli anni novanta Nedjima, detta Papicha (Lyna Khoudri, un fiore cinematografico sbocciato meravigliosamente da qualche anno e film), studia francese in un’università pubblica di una grande città dell’Algeria. Meddour non attende un attimo, non la prende larga in prologhi, didascalie, “spiegoni” e ritrae la protagonista su un taxi, assieme all’amica e compagna Wassila, mentre euforiche e rapidissime si spogliano e si cambiano per andare in discoteca.

Il profumo della libertà giovanile, l’entusiasmo dei sensi e della vita che esplode. Qualche rapido dettaglio di una moschea, delle strade illuminate, del traffico e l’anziano autista è costretto a fermarsi ad un posto di blocco composto da un manipolo di uomini in nero incappucciati e armati di kalashnikov. Una delle tante incursioni fuorilegge di gruppi estremisti islamici (quelli del MIA, ma soprattutto del GIA – che poi diverrà negli anni duemila un partito salafita vicino ad Al Qaeda) che avevano barbaramente iniziato a dettare legge uccidendo intellettuali e giornalisti laici, o facendo incursioni in scuole o in strada incitando le donne a coprirsi il corpo con il velo. Una deriva sanguinaria che in un decennio provocò oltre centomila morti dovuta principalmente alla scelta del partito unico di governo, il FLN (quello uscito vincitore dalla decolonizzazione dai francesi degli anni cinquanta/sessanta, protagonista de La battaglia di Algeri), che nel 1991 dichiarò incostituzionale il partito del Fronte Islamico di Salvezza (FIS), vincitore delle elezioni dell’epoca (ogni riferimento alle ultime vicende egiziane è puramente casuale).

Ma torniamo in quel taxi, dove ancora Papicha e l’amica credono basti infilarsi un velo al volo sulla testa per scampare ai cattivi nelle notte. L’oscurantismo dei costumi, del sapere, dell’essere, del vivere, si farà sempre più stringente, come tre le spire mortali di un serpente animato da una fede omicida e medioevale. Papicha, in fondo, veste e vive all’occidentale in terra berbera. Un po’ come le eroine di Marjane Satrapi in terra iraniana pre ayatollah. E come nella poetica e nella narrativa di fumetti e film della Satrapi, è il contrasto tra luce e buio, tra corpi coperti e scoperti, tra solarità dei colori e oscurità dei veli islamici, a diventare architrave politico di un racconto di emancipazione, di lotta, di coraggio e di forza di una resistente donna e del gruppo di amiche che vive con lei in facoltà. In tempi del riformistico concetto di “resilienza”, seguire la gesta di una minuta ragazzina che fa “resistenza” riempie il cuore di umori e ricordi del passato laico e laicista che, volenti o nolenti, attraversava ogni battaglia di de-colonizzazione dagli stati nazione usurpatori, ma che poi, diventato “potere” inscalfibile a sua volta si è scontrato con la spinta del fondamentalismo islamico. Papicha è una ragazza che affronta a muso duro il ragazzetto truce e idiota che appiccica manifesti intimidatori contro le donne per “invitarle” a portare l’haik, una versione dell’hijab lato Maghreb. Ed è proprio simbolicamente attorno all’haik che la protagonista sviluppa il suo senso creativo, quello da stilistia-sartina, tutto rocchetti, forbici, macchine da cucire e schizzi sul quaderno. Una sfilata di haik piegati e sagomati a mano, con le compagne di università come mannequin (ci sono anche quelle più rotondette e soprattutto l’amica che già si è chinata al marito estremista islamico), per mostrare il proprio talento e il proprio grido di purezza ed eleganza libero da fedi, sovrastrutture socioeconomiche, maschilismi. Meddour sceglie una regia immersiva tutta mezzi busti e primi piani ravvicinati, seguendo in scena perlopiù Papicha e le sue compagne senza perdersi troppo in “uomini” secondari, laidi, indecisi, fragili, violenti. La macchina da presa ha il fuoco sacro dell’impellenza, del non farsi sfuggire un controluce, una sfumatura degli occhi e dei visi delle protagoniste. Anche se quando si tratta di lavorare in profondità di campo (l’uccisione della sorella giornalista) e quando per almeno due-tre blocchi narrativi Papicha si immerge ossessivamente nella creazione degli “abiti” (la “pulizia” dell’haik insanguinato e ricolorato si osserva travolgente senza batter ciglio), quasi in contrapposizione/rifugio alla violenza subita, il film diventa una sinfonia brulicante di dettagli, oggetto formalmente prezioso, totalizzante, magnificamente astratto perduto nel labirinto di un simulacro di purezza esistenziale che tocca l’anima. Infine ad aiutare questo andante rapidissimo contribuiscono in maniera decisiva un montaggio pulsazione ad altissima frequenza di stacchi e la lingua “francoaraba” delle ragazze che impreziosisce in realismo una tragedia umana, politica e di genere, che non cessa di riproporsi nei tanti angoli di fondamentalismo islamico odierno scontratosi contro il muro dell’occidentalizzazione in terra araba della sessualità, dell’esibizione del corpo, del femminile tout-court.

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