“Trentamila euro di ristrutturazione”, mi aveva detto indicando tavolini, sedie e la scaffalatura di legno con dentro impilate perfettamente le bottiglie di vino. Marco, trent’anni, un bar appena ristrutturato e una fidanzata che continuava a passare lo straccio sul lavello già lustro del loro esercizio vicino ai Musei Vaticani. “Ci abbiamo lavorato giorno e notte durante la vacanze di Natale per inaugurarlo a fine gennaio e dopo venti giorni è arrivato il Covid”.

Li avevo incontrati in pieno lockdown, otto cornetti venduti a metà pomeriggio e un affitto da seimila euro al mese. “Mi ha detto che glieli posso dare tra un po’, ma non può togliermi niente. Se continua così chiudo, prima di finire in mano agli usurai”. Ho ripensato spesso a quel bar in bilico, oggi che quel che più si temeva è successo.

E l’Italia, già prima del Covid in affanno per le sue troppe saracinesche abbassate, adesso è in agonia totale, se i numeri della capitale sono fotografia di un Paese intero: “Duemila negozi chiusi tra Roma e provincia, 2800 nell’intera regione”. Valter Giammaria, presidente di Confesercenti Roma mi snocciola numeri di uno studio che mettono i brividi, perché dietro ci sono migliaia e migliaia di famiglie senza più reddito.

Ripenso a Marco, al suo lavello lustro e mi chiedo se la saracinesca del suo bar è già abbassata o se farà parte delle oltre 26mila stimate in chiusura per la fine dell’anno. Mancano i turisti, sì, non se ne vedono né vicino al Vaticano né a ridosso del Colosseo e bene lo sanno gli albergatori non proprietari che rischiano il lastrico perché fronteggiare affitti dai cinquanta ai novantamila euro senza cinesi, russi e americani è una roulette russa che non lascia scampo.

Ma soprattutto manca lo slancio, quello che permetteva la spesa extra in vista dell’estate o il capo d’abbigliamento fuori sacco, magari con la quattordicesima. Non poco ha influito lo smart working, che ha cancellato con un colpo di spugna i consumi quotidiani di lavoratori, quelle pause dal lavoro che per bar e fast food sono linfa: ai 430mila impiegati pubblici che lavorano da casa corrispondono per i pubblici esercizi 130 milioni di incassi in meno rispetto al 2019.

Adesso, complice la paura, la linea la detta la geografia delle consolari e delle vie commerciali di Roma: un racconto di ripercussioni tutte da scriversi. Via Tuscolana, chiusi dieci negozi. Via Nazionale, dodici. Via Tiburtina e via Appia, viale Eritrea e viale Libia: 10% di negozi in cui non si entrerà a settembre. Come quello di Mina Giannandrea, la storica insegna di abbigliamento Plum che anni fa contava su dodici dipendenti e sulla possibilità di far fronte a novemila euro di affitto.

Adesso chiude, dopo 45 anni di attività portandosi dietro la storia di una porzione di Roma e il dramma dei suoi tre dipendenti senza lavoro dall’autunno. E stiamo parlando di tutte strade principali, ma è nelle vie laterali che il settore abbigliamento e intimo (il più danneggiato, quasi il 4 per cento delle ottantamila attività che vendono abbigliamento, scarpe, intimo e articoli per la casa sono chiuse) trova la sua disfatta peggiore.

“Neppure l’idea di zone franche nei centri storici delle città potrà a essere d’aiuto se non ci sarà, oltre al blocco dei licenziamenti anche un prolungamento della cassa integrazione in deroga”. Ne è certo Valter Giammaria, che addita sì nel Covid l’arma letale di un sistema che sta minando l’economia, ma che come suo contraltare vede l’angoscia di famiglie che rischiano il lastrico.

Tutti risultati di una politica ventennale poco visionaria, incapace di mettere a frutto il suo fiore all’occhiello, il turismo e, nel caso di Roma, la capacità di sfruttare il suo clima e la sua bellezza non solo per chi viene da fuori, ma anche per chi ci vive. Guardiamo Valencia, a come è rinata e ci balzerà agli occhi che a viverla e a farla vivere, e brillare di luce e di locali pieni sono soprattutto i locali. Come quello di Marco, dove voglio ostinatamente credere che in molti potremo prendere il primo caffè del 2021, assieme a un cornetto sfornato di fresco.

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Ho cenato da Alessandro Borghese e mi ha quasi reso felice. Peccato per il Nesquik!

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