Addio Sergio Zavoli. Aveva 96 anni. Giornalista monumento e documento del dopoguerra italiano. Pilastro, cerniera, figura innovatrice della Rai e della tv tutta. “Socialista di Dio”, instancabile e surreale sodale di Federico Fellini, intellettuale di pregio e serissimo analista di tutto ciò che si muoveva socialmente e culturalmente dietro le quinte dei grandi eventi storici. Nato a Ravenna nel 1923 ma riminese d’adozione, Zavoli si era distinto fin da ragazzo per aver inventato una sorta di giornale radiofonico trasmesso con gli altoparlanti ai bagnanti della riviera. Poi già nel 1948 viene chiamato da Vittorio Veltroni (padre di Walter) in Rai ed è lì che si distingue sia nell’ambito delle radiocronache sportive che nei servizi da cronista come per l’alluvione del Polesine nel 1951. Grazie anche ad Enzo Biagi, con cui lega subito, si specializza in lunghi servizi su temi di attualità ma senza mai affondare nel lato scandalistico. Fa, insomma, quello che oggi fanno i documentaristi di mezzo mondo: intuisce una storia, uno spunto antropologico, lo analizza in profondità, poi lo sintetizza in un servizio giornalistico televisivo asciutto e puntuale, che è qualcosa di più di un semplice reportage per i tg. Oltretutto Zavoli ha saputo contare, e sfruttare, una dota di natura non irrilevante come la propria voce. Perentorio e accattivante, morbido e affidabile, il suo timbro autorevole di voce è stato una sorta di arma in più rispetto ai frignanti annunciatori da Cinegiornale a cui gli italiani erano abituati.

Solo che prima di arrivare ai grandi successi tv storici e politici degli anni settanta e ottanta, Zavoli inventa quello che oggi è diventato un format abusato e logoro. Dal 1962, e prima in radio dal 1958, il giornalista romagnolo propone il Processo alla tappa, una sorta di analisi tecnica in onda dopo la conclusione di ogni tappa del Giro d’Italia mescolata al racconto di un’umanità varia, da dietro le quinte, l’umiltà dei gregari in gara, ciclisti e maestranze di secondo piano. Lo studio di Zavoli, a pochi metri oltre la linea d’arrivo della gara, ospiterà grandi firme del giornalismo come Gianni Brera, Montanelli, Ormezzano, ma anche scrittori del calibro di Pasolini e Moravia.

In molti ricordano almeno un paio di episodi che diventeranno cronaca tout court per quel Processo alla tappa che durerà fino al 1970 e verrà poi riesumato nel 1998 da Claudio Ferretti. Il primo è il servizio che Zavoli effettua nel 1966 durante una tappa del Giro seguendo dall’automobile scoperta la fuga del gregario Lucillo Lievore, fuggitivo che finirà per essere ripreso a pochi chilometri dall’arrivo e fagocitato dal gruppo. Zavoli non solo riprende il fatto in sé della fuga, ma è lì di fianco a Lievore ad incitarlo e a dargli coraggio. Nel 1969 è Zavoli a trovarsi nella camera d’albergo di Eddy Merckx quando il campione belga viene trovato positivo al doping. La telecamera Rai riprende le lacrime di Merckx senza aggiungere commenti o enfasi spettacolare, un pianto che farà semplicemente il giro del mondo. Nel 1972 è la volta di Nascita di una dittatura, sei puntate di ricerca storica dove si analizza l’ascesa del fascismo italiano e soprattutto dove per parlarne vengono chiamati i protagonisti dell’epoca provenienti sia dall’area antifascista che fascista. A fianco di Ferruccio Parri, Pietro Nenni, Emilio Lussu e Lelio Basso sfilano anche il segretario del Movimento Sociale, De Marsanich; il ministro degli interni della Repubblica Sociale, Giorgio Pini; e la moglie di Mussolini, donna Rachele.

La miscela di consulenti storici (dal socialista al liberale, passando dal contestato Renzo De Felice) crea molte polemiche e fa riemergere il presunto passato giovanile fascista di Zavoli. Dal 1980 al 1986, in area socialista, all’epoca oramai non più demartiniana e già craxiana, Zavoli diventa direttore della Rai fino al 1986. Nel 1989 è il tempo de La notte della Repubblica, ovvero la trasmissione che in 18 puntate ricostruisce gli anni di piombo, partendo dalla Strage di Piazza Fontana nel 1969 e arrivando alle stragi fasciste dei primi anni ottanta. La scaletta del programma prevede un servizio introduttivo spesso con immagini inedite sul tema, l’intervista all’ospite e un dibattito finale tra gli esperti. Zavoli farà parlare diversi terroristi pentiti e non delle BR (celebre l’intervista all’ex BR Mario Moretti, la figura ambigua del sequestro Moro), ma anche i neofascisti Mambro e Fioravanti, come la gente comune, testimone e vittima dei vili attentati, parenti dei morti, vedove e orfani. E come per Nascita di una dittatura la trasmissione, che diventerà anche un libro di grande diffusione, non sarà immune da polemiche politiche, nonché dalle lacrime di diversi brigatisti che di fronte alle telecamere proveranno come una sorta di pentimento. Oltretutto quando Zavoli conclude il mandato da direttore e poi realizza Le notti della Repubblica siamo in pieno ed arrembante affermarsi delle tv private. La Rai però, con grande rammarico di Zavoli, perde il treno di un’autonomia di pensiero, di tv di qualità e analisi modello anglosassone, infilandosi in una concorrenza fotocopia con la “commercializzazione” del reale proposta dalle reti del Cavalier Berlusconi. L’ultima tappa della lunga carriera del giornalista romagnolo è quella di senatore della Repubblica: nel 2001 viene eletto per quattro mandati di fila, prima con i DS poi col PD, come senatore della Repubblica. Nel 2009 assumerà anche l’incarico di Presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai. Zavoli però non fu solo il serio giornalista della tv pubblica dedito al racconto del presente. Grande amico del regista Federico Fellini, i due si sentivano telefonicamente ogni mattina per raccontarsi i sogni. Sogni che Zavoli, raccontò in un’intervista, faceva a colori, ancor prima che tv e cinema si smarcassero dal bianco e nero a cui avevano abituato gli occhi di milioni di persone nel mondo. Apparentemente schivo e riservato, Zavoli conservava, come tutti i romagnoli, un animo un po’ folle e stralunato, coriaceo e robusto di fronte al mestiere, ma anche poetico e dubbioso quando a parlare, e a scrivere di poesia e di vita, finiva l’intimità e il privato dell’uomo.

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