Il 14 luglio 2018, poco più di due anni fa, entrava in vigore il Decreto Dignità fortemente caldeggiato dal Movimento 5 Stelle. Il Decreto contiene diverse norme che spaziano tra i diversi settori della società, ma quelle più pubblicizzate a livello mediatico furono quelle sul divieto di poter fare pubblicità al gioco d’azzardo in tutte le sue forme come misura necessaria nella lotta alla ludopatia.

Fatta salva la Lotteria Italia, divieto assoluto quindi per ogni mezzo di comunicazione – tv, radio, giornali, internet – di fare pubblicità a giochi a premi e scommesse. Pena una multa molto salata, pari al 20% del contratto di sponsorizzazione e non inferiore ai 50mila euro.

I numeri della ludopatia in Italia

Il decreto è entrato in vigore come strumento di contrasto alla ludopatia ma, ad oggi, in Italia i numeri dei ludopatici sono incerti e il motivo è molto semplice: secondo gli ultimi dati disponibili inseriti nel “Libro Blu”, pubblicazione che riporta i dati principali sul mercato del gioco d’azzardo legale in Italia, i ludopatici sarebbero 1,3 milioni. Di questi, solo 12.000 sarebbero in cura per il risolvere il problema.

Questi dati tengono conto però solo di chi si rivolge a strutture pubbliche di supporto e non a chi si rivolge a professionisti privati. Anche la definizione di ludopatico ancora oggi non è unanime. E’ ludopatico chi gioca mille euro su una partita o chi 20 centesimi su 200 partite al giorno? E’ ludopatico solo chi perde o anche chi vince? Domande spontanee che rendono questa figura ancora oggi nebulosa e che inevitabilmente portano a numeri discordanti e incerti.

I danni a sport e media

L’entrata in vigore del decreto non ha scalfito i fatturati di chi offre opportunità di scommesse e azzardo tant’è che il settore, peraltro uno dei più tassati dallo Stato, anche dopo l’entrata in vigore del decreto ha continuato a crescere. Secondo alcuni addetti ai lavori nell’azzardo, “il divieto di pubblicità è un danno relativo per noi, visto che la gente sa perfettamente dove scommettere”. In effetti il danno vero è stato per lo sport, dove sono saltate tutte le sponsorizzazioni sulle maglie e non solo, e per i media che grazie alle comparazioni quote e spot pubblicitari avevano un introito supplementare.

L’intervento dell’Agcom e la rabbia di Di Maio

L’Agcom nelle sue linee guida ha vanificato in parte la ratio del decreto, perché pur confermando il divieto diretto e indiretto di fare pubblicità ha però lasciato la libertà di informare statisticamente sulla probabilità di un evento e di comparare le quote.

Limite molto sottile: ci si sono buttati tutti a capofitto. In soldoni il divieto riguarda la sola call to action. E’ vietato scrivere: “Gioca qui su… per te le migliori quote”, ma è lecito scrivere: “Qui trovi tutte le quote sull’evento”. Tutto questo ha ovviamente imbufalito uno dei maggiori promotori del decreto, ovvero il ministro Luigi Di Maio.

La situazione ad oggi: l’escamotage trovato dai bookmakers

Inizialmente, in attesa di capire, molti bookmakers avevano addirittura pensato di farsi multare di proposito per vedere le infrazioni contestate. Come scritto sopra, l’apertura da parte dell’Agcom ha fatto sì che giorno dopo giorno siano cominciati a spuntare dei siti di “informazione” che hanno il nome del bookmakers seguito dalla dicitura “news”. Qui si trovano sì notizie di sport, ma anche e soprattutto comparazione di quote.

Questi siti di “news” che portano il nome del bookmakers hanno ripreso anche il loro posto nei palinsesti televisivi prima, durante e dopo le partite, certificando che lo scontro con un titano quale il settore dell’azzardo, a due anni dall’entrata in vigore del Decreto Dignità, non ha sortito gli effetti sperati.

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