di Roberto Iannuzzi *

La pandemia da Covid-19 ha posto l’eurozona su una traiettoria potenzialmente insostenibile, proprio mentre crescono gli interrogativi sul ruolo della Germania in Europa e nel mondo. L’aumento del debito pubblico e il crollo del Pil nei paesi mediterranei, maggiormente colpiti dal virus e già fortemente indebitati, accresce il divario con i paesi del nord, mettendo a rischio la tenuta della moneta unica.

Il rapporto debito/Pil di Spagna e Francia supererà abbondantemente il 100% quest’anno, e quello di Italia e Grecia volerà ben oltre il 150%, impedendo a questi paesi di stanziare risorse adeguate per la ripresa. La Germania ha invece messo a punto un ambizioso piano di investimenti interni grazie al relativo stato di salute delle proprie finanze pubbliche.

Il principale strumento messo in campo a livello europeo per arginare i danni causati dalla pandemia – il Recovery Fund approvato dopo l’estenuante maratona negoziale di Bruxelles – pur rappresentando un piccolo passo avanti non colmerà questo divario.

L’emergenza provocata dal coronavirus, in realtà, non ha fatto altro che accelerare una crisi già in atto. Le preesistenti asimmetrie fra i paesi della zona euro, invece di imboccare traiettorie convergenti, si sono aggravate con l’istituzione dell’unione monetaria. Le politiche di austerità promosse da Berlino all’indomani della crisi del 2008 hanno ulteriormente accentuato questa tendenza.

Malgrado l’entusiasmo di questi giorni per la sua approvazione, il Recovery Fund non appare determinante dal punto di vista finanziario ed è pieno di insidie nella sua implementazione, con lo spettro delle politiche di austerità pronto a riemergere al termine dell’emergenza pandemica.
Ma soprattutto, il negoziato per definire capacità e condizionalità del fondo ha innescato un’aspra contesa, evidenziando in generale la disunione europea, e in particolare il solco che separa i paesi mediterranei dai cosiddetti paesi “frugali” o rigoristi: Olanda, Austria, Svezia, Finlandia e Danimarca.

Dal canto suo, la cancelliera Angela Merkel ha sostenuto il Recovery Fund, ma solo come misura una tantum, e non come premessa per un rafforzamento strutturale dell’unione monetaria. La Merkel – ha osservato il giornalista tedesco Wolfgang Münchau dalle pagine del Financial Times – ha sempre fatto solo lo stretto necessario per assicurare la sopravvivenza dell’eurozona, lasciando che essa si trascinasse da una crisi all’altra.

Finora, a tamponare la situazione ci ha pensato la Banca centrale europea (Bce), ora guidata dalla francese Christine Lagarde. L’ambizioso programma di acquisto di titoli di stato dell’eurozona, inaugurato all’indomani dello scoppio della pandemia e denominato Pandemic emergency purchase programme (Pepp), ha il merito di aver impedito agli spread fra i vari paesi membri di esplodere.

Da tempo, tuttavia, i programmi di acquisto della Bce – il Pepp e il precedente Pspp (Public sector purchase programme) – non rispettano il cosiddetto capital key, cioè i requisiti di proporzionalità fra gli stati dell’area euro, privilegiando abbondantemente i titoli italiani e francesi rispetto a quelli tedeschi. Per questa ragione, lo scorso 5 maggio la Bce è incappata in una sentenza ostile della Corte federale tedesca con sede a Karlsruhe.

Tale sentenza è stata parzialmente disinnescata dal Bundestag, che ha accolto le giustificazioni addotte dall’istituto guidato dalla Lagarde, ma l’ultima parola nel contenzioso fra Berlino e Bruxelles spetterà alla Bundesbank entro il 5 agosto.

Questo contenzioso potrebbe rientrare o essere rinviato sine die, ma i programmi non convenzionali della Bce stanno a indicare che l’euro è in questo momento tenuto in vita artificialmente da una politica monetaria difficilmente sostenibile a tempo indeterminato.

La dialettica fra le varie istituzioni tedesche (Corte federale, Bundestag e Bundesbank) non è stata finora in grado di individuare una soluzione soddisfacente a questa aporia. In assenza di tale soluzione, la Germania rischia prima o poi di veder franare la moneta unica, sulla quale Berlino ha fondato le proprie fortune economiche nell’ultimo decennio.

Il dilemma tedesco non è solo economico, ma anche geopolitico. Mentre assume la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, Berlino deve far fronte al deterioramento dei rapporti transatlantici (con il rischio di nuovi dazi americani sulle esportazioni tedesche, e di sanzioni sul gasdotto Nord Stream 2) e all’esigenza di ridefinire quelli con la Cina, il suo principale partner commerciale, alla luce dell’evoluzione degli scenari internazionali.

Washington sta esercitando forti pressioni perché l’Europa si allinei alla sua politica ostile a Pechino, ma è proprio la Germania il paese europeo più riluttante a rompere il dialogo con i cinesi, alla luce degli enormi interessi commerciali che la legano al gigante asiatico.

In un simile contesto, Berlino avrebbe bisogno di un’Europa il più possibile coesa e prospera, non di un’Unione in crisi che rischia di diventare un terreno di scontro fra superpotenze. Il ruolo della Germania nel continente e nel mondo è certamente a un bivio, ma la leadership tedesca non sembra ancora avere piena coscienza dell’enormità della sfida che l’attende.

* Autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (2017)

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