Dopo i due giorni di “ubriacatura” sui tanti denari europei che arriveranno, sulle condizioni e sui successi del presidente del Consiglio e sul momento obiettivamente storico per la nascita dei tanto sospirati Eurobonds, ascoltare il dibattito al Parlamento europeo e soprattutto leggere la risoluzione che oggi ha approvato con il voto favorevole di tutti i gruppi – fatta eccezione per la destra antieuropea (682 votanti, 465 favorevoli, 150 contrari e 60 astenuti) obbliga tutti a rimettere i piedi per terra.

Lasciando completamente da parte la gara veramente stucchevole di chi ha vinto e chi ha perso (e sono molti) e accogliendo freddamente il Presidente del consiglio Charles Michel, il Parlamento europeo ha sostanzialmente annunciato che sì, Next generation Eu e la possibilità di fare debito europeo è super importante; ma l’ambiguità e confusione sul legame fra lo stato di diritto e i fondi europei e i grossi tagli a politiche e programmi comuni nel bilancio mettono una seria ipoteca sulla capacità della Ue di lavorare come dovrebbe in questo momento cosi delicato.

Il tema dello Stato di diritto e del regalo fatto ai governi ungherese e polacco è una spina particolarmente dolorosa per Commissione e Parlamento, che hanno iniziato ormai da molti mesi la procedura prevista all’art. 7 dei Trattati che prevede la sospensione dalle prerogative di membro della Ue: ma il Consiglio rifiuta di mettere il punto all’ordine del giorno e cosi Orban e Morawiecki continuano tranquillamente a imperversare: rimarrà memorabile l’endorsement di Orban a Conte e gli attacchi ai “frugali” che spingevano (giustamente) per una condizionalità più forte dei fondi Eu, ma che con la loro insistenza sui tagli al bilancio l’hanno di fatto resa impossibile.

Orban pensa di averla scampata e infatti è di oggi la notizia del licenziamento di Szabolcs Dull caporedattore del portale di informazione indipendente Index, altro chiodo sulla bara della libertà di stampa in quel paese.

Ricordiamo inoltre le azioni e programmi comuni duramente ridimensionati proprio in quei settori che la pandemia ha dimostrato essere quelli più importanti per assicurare una rapida uscita dalla crisi e una migliore gestione di future crisi: la ricerca (Horizon) passa da 15 a 5 miliardi per 7 anni, poco più che noccioline; l’importante iniziativa Eu4Health che nella proposta della Commissione valeva 9,4 miliardi di euro viene cancellata del tutto, come pure il fondo per aiutare subito la solvibilità delle piccole e medie imprese.

Invest-Eu, il successore del Piano Juncker passa da 30 a 5,6 miliardi; il Just transition Fund che dovrebbe accompagnare le regioni più “fossili” nella riconversione verde passa da 40 a 10 miliardi di euro in sette anni; la politica di aiuto allo sviluppo passa da oltre 10 miliardi di euro a 3 (con buona pace della Commissione “geopolitica” che la Commissione voleva); perfino Erasmus perde risorse. Insomma l’idea è che l’Ue sia veramente poco più che un bancomat a disposizione dei governi che poi spenderanno i soldi per lo più secondo le loro priorità nazionali.

Non è perciò sorprendente che, dopo un dibattito durante il quale Ppe e Verdi si sono particolarmente distinti per i toni estremamente critici, il Pe abbia detto chiaro e tondo che se rimane cosi come è, non è nelle condizioni di dare un parere positivo all’accordo raggiunto dai governi dopo 5 giorni e notti di passione. In altre parole, visto che il Pe ha il potere di approvare o respingere il bilancio pluriannuale, che a sua volta è la garanzia per il Recovery Fund e che 40 programmi devono essere decisi attraverso un accordo fra Pe e Consiglio, il Pe può rimettere in questione l’accordo.

E per fortuna, dico io: è un bene che si dica forte e chiaro che il Consiglio europeo è solo una delle istituzioni che compongono la Ue, certo quella con maggiori poteri, ma non quella che decide tutto. Dal 2018 il Pe ha approvato a larga maggioranza una proposta di bilancio pluriannuale di 1300 miliardi di euro (ben più alto dei 1074 proposto dal Consiglio), ha proposto una clausola molto più diretta e semplice da applicare che lega il rispetto dello Stato di diritto alla concessione dei denari europei e come la Commissione ha spinto perché voci come salute, investimenti, educazione, Green deal fossero adeguatamente finanziate e gestite secondo criteri e meccanismi comuni.

Respingendo quindi ogni trionfalismo dei governi, una larga maggioranza dei deputati, spesso espressione di partiti che sono al governo nei loro paesi peraltro, ha pubblicamente stigmatizzato la deriva intergovernativa e i rischi che, anche dopo l’approvazione di uno strumento storico come gli eurobonds, minano comunque la capacità di agire della Ue; e si appresta a negoziare duramente nella speranza di rimediare almeno in parte alle decisioni nefaste del Consiglio europeo.

Non è sicuro che il Pe saprà tenere fronte alla forte pressione dei governi, l’urgenza di decidere e le sue stesse divisioni interne che riflettono interessi anche nazionali e di partito non sempre nobilissimi. Se lo farà e riuscirà a correggere alcune delle più grosse mancanze di questo accordo avrà rispettato il suo mandato, quello di essere la voce e il braccio dei cittadini e cittadine europei.

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