Wall of dolls, l’installazione in ricordo delle vittime di femminicidio inaugurato nel giugno del 2014 in via De Amicis a Milano, è stato dato alla fiamme da ignoti. Non sono ancora state chiarite le motivazioni alla base del gesto: la struttura avrebbe preso fuoco per dei petardi fatti scoppiare da adolescenti incivili, o forse è stato un gesto intenzionale in dispregio alla denuncia di un fenomeno che colpisce milioni di donne nel mondo.

Non ho mai amato l’installazione milanese e le sue bambole appese alla rete metallica, ma ci sono donne che ne hanno avuto una differente percezione e alcune, come Valentina Pitzalis, hanno lasciato la loro testimonianza su quel muro, appendendo la loro bambola. Il loro sentimento va rispettato.

Non è la prima volta che i luoghi o sculture che ricordano il femminicidio subiscono danneggiamenti e la loro distruzione non può essere sempre attribuita ad una scelta occasionale o ad un atto di vandalismo fine a se stesso. Nella provincia ravennate, i tre centri antiviolenza che lavorano nei territori di Lugo (Demetra, il mio centro antiviolenza), Ravenna e Cervia (Linea Rosa) e Faenza (Sos donna) hanno realizzato quattro sculture in ricordo delle vittime di femminicidio. Raffigurano gigli selvatici decorati in mosaico e su ogni giglio è inciso il nome di una donna uccisa sul territorio.

Quelle di Ravenna e Cervia poste su iniziativa del centro antiviolenza Linea Rosa sono state danneggiate nel 2018 (per la seconda volta entrambe). A Massa, nel novembre del 2019, è stata danneggiata per la sesta volta Sophia, la scultura in bronzo che ricorda Cristina Biagi, assassinata dal marito nel 2013. L’amministrazione comunale si è affrettata a spiegare che si è trattato di atto non doloso e ha espresso l’intenzione di spostare l’opera da piazza Aranci per porla in un luogo più sicuro. E poi ci sono i danni alle panchine rosse in ricordo delle vittime di femminicidio.

Se si esegue una banale ricerca sul web si trovano le notizie di panchine rosse fatte a pezzi a Giarre (Catania – giugno 2019), Napoli (marzo 2018), Umbertide (Perugia- gennaio 2020), Parella (Torino – gennaio 2020 ), Massa (dicembre 2019) , Cesano Maderno (Brianza – giugno 2020), Barga (Lucca – ottobre 2019), Cosenza (agosto 2018). Altre volte le panchine sono abbandonate all’incuria da parte delle stesse amministrazioni comunali, come è accaduto a Genova in via Fillak. Nel dicembre del 2019 ne è stato denunciato pubblicamente lo stato di abbandono tra “polvere e indifferenza” per dirla con le parole della giornalista Medea Garrone (lavocedigenova.it) e un consigliere comunale aveva proposto di spostarla.

Sono davvero tutti casuali i gesti distruttivi o sono intenzionali e rivolti contro una memoria scomoda? Il sessismo oggi gode di una nuova linfa, alimenta le giustificazioni e nega il femminicidio, nonostante i numeri. Nelle ore successive la notizia sulla distruzione del muro delle bambole, sui social frequentati da migliaia di uomini denunciati per violenza e stalking o cresciuti con il mito di una mascolinità tossica sono stati pubblicati commenti di gioia per la distruzione dell’installazione di via De Amicis (non li pubblico per non far loro pubblicità).

Se le cattive coscienze sono numerose, le vie dell’inconscio sono infinite. I danneggiamenti, fatta la tara degli atti di vandalismo fine a se stesso, esprimono fastidio e dispregio per la denuncia del femminicidio. Si fa a pezzi una panchina, si colpisce una scultura e si nega la violenza maschile, mentre le resistenti che sono state eliminate nel corso di una guerra a bassa intensità sono ancora percepite come martiri da compatire, perché non sono andate via “al primo schiaffo”, perché “se la sono cercata”, perché avevano chiesto la separazione ad un uomo “povero e disperato” che rischiava di “perdere tutto”, perché “avevano tradito”. Vittime colpevoli della loro sorte.

Suscita una certa amarezza il pensiero che le sculture che ricordano donne assassinate dai loro mariti o compagni, come quella dedicata a Cristina Biagi, danneggiata per ben sei volte, o Wall of dolls, anch’esso più volte danneggiato, o la panchina rossa di via Fillak abbandonata tra segnaletica stradale come fosse un rottame debbano essere spostate e messe al sicuro in altri luoghi.

Forse troverebbero dignità unicamente in un non luogo, testimonianze scomode – appunto – di una guerra a bassa intensità che si vuole ancora dimenticare, per consegnare le vittime ad un imbarazzato oblio e i loro killer ad una indulgente comprensione.

@nadiesdaa

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