Elevato tasso di assenteismo attivato, nei picchi dell’epidemia, “fino al 65%”, e ritardi sia nell’approvvigionamento di dispositivi di protezione, “problema comune” durante la fase critica, sia negli interventi di messa in sicurezza della struttura. Ma anche uno scarso numero di tamponi effettuati, in linea con le direttive regionali, e un’organizzazione interna da rivedere, vista l’estensione della struttura. Sono le conclusioni, scritte nero su bianco nella relazione della commissione di inchiesta regionale sulla gestione dell’epidemia da coronavirus all’interno del Pio Albergo Trivulzio. Nel documento, trasmesso anche alla Procura di Milano che sta indagando per epidemia e omicidio colposi proprio in relazione ai decessi all’interno residenza per anziani durante l’emergenza, sottolinea il presidente della Commissione e direttore sanitario dell’ATS Milano, Vittorio Demicheli, “non vengono formulati giudizi di responsabilità” dei vertici della struttura, ma si analizzano le eventuali mancanze denunciate in questi mesi. Per esempio, “sul supposto divieto di indossare mascherine”, denunciato da alcuni dipendenti, “non è stato trovato riscontro”. I tecnici, tra cui i magistrati Gherardo Colombo, incaricato dal Comune, e Giovanni Canzio, numero uno dell’anticorruzione regionale, nominato dal Pirellone, hanno analizzato anche la presunta importazione del virus da malati arrivati dagli ospedali nell’emergenza, sottolineando che “è arrivato presto, probabilmente attraverso gli operatori di assistenza o gli educatori”.

L’assenteismo – A pesare di più, secondo la relazione, è stato l’elevato numero di assenze. Nel picco della pandemia, infatti, quasi in media il 57% dei 900 operatori del Pio Alberto Trivulzio non era in servizio, per malattia o permessi. Numeri che arrivavano anche “al 65%” in determinati reparti. “Un livello elevato di assenze – spiegano in conferenza stampa nel palazzo della Regione Lombardia – che difficilmente trova spiegazione nella diffusione del contagio tra gli operatori”. Al 21 febbraio, “solo il 9%” è a casa per “infortunio da contagio da Covid”, il resto per altri motivi. Un numero che non ha aiutato, quindi, né per la gestione dell’emergenza né per il mantenimento “degli stessi livelli di assistenza”, come ha sottolineato anche il dirigente welfare della Regione, Marco Trivelli, e come ha evidenziato anche la stessa Commissione, dicendo che “particolare criticità alla gestione dell’emergenza è stata apportata dal marcato assenteismo del personale di assistenza che ha assunto dimensioni molto superiori all’atteso”. La relazione, poi, come ha anticipato il Corriere della Sera, sottolinea anche lo scarso numero di tamponi effettuati sui lavoratori: solo il 21% di operatori sanitari del Pat è stato testato, con il 16% di positivi. Nelle strutture sanitarie pubbliche, invece, in media il 40% degli operatori è stato tamponato, con il 21% di positivi. Discorso diverso, invece, se si guarda ai test sierologici, fatti al 68% del personale (contro il 64% delle altre strutture pubbliche) con il 18% di positivi. Nella relazione anche note positive come la presenza di istruzioni e presidi per l’igiene, come i dispenser di gel per le mani, gli accessi dei visitatori regolamentati e la “diligenza piena di operatori e addetti all’assistenza degli ospiti”

I tempi di gestione dell’emergenza – Anche le tempistiche sono entrate nel mirino della Commissione che ha concluso il lavoro, come sottolineato dal quotidiano di via Solferino, dopo 23 riunioni, 16 audizioni e 1400 documenti analizzati. Come molte strutture simili, ci sono state diverse difficoltà. Le prime misure risalgono al 23 febbraio, due giorni dopo la scoperta del “paziente zero” di Codogno: vengono limitati gli accessi ai visitatori che saranno vietati solo dal 10 marzo. Difficoltà anche nell’utilizzo e nel reperimento di mascherine: le ffp2 inizialmente vengono pensate solo per il personale – e non per i pazienti – tanto che il rischio legato al droplet viene calcolato solo in pieno lockdown, il 22 marzo. Una situazione, quella dell’assenza di dispositivi di protezione, evidenziata anche dallo stesso personale. “Non si sono reperiti riscontri circa gli asseriti ordini impartiti a taluni operatori di non indossare i dpi”, si legge invece nella relazione. Il riferimento è a quanto denunciato dagli stessi operazioni che nelle dichiarazioni agli investigatori della Guardia di Finanza hanno raccontato di aver ricevuto minacce “se usavamo le mascherine, non dovevamo spaventare i pazienti”.

La mortalità – Tra i punti analizzati anche la mortalità all’interno della struttura, che, evidenziano, come la mortalità sia stata “inferiore alla media”. Nel primo quadrimestre dell’anno, il rapporto tra decessi osservati e decessi attesi al Pio Albergo Trivulzio è stato pari a 1.7 mentre quello corrispondente nelle rsa dell’azienda sanitari di Milano è stato pari a 2.2 e, in particolare, nel periodo marzo-aprile la mortalità nella sezione rsa del Pat è stata “molto inferiore” a quello delle altre rsa nel medesimo periodo e “di poco superiore” a quello verificatosi nella popolazione generale over 70 di ATS. Per quanto riguarda gli ospiti del Pat ricoverati nelle strutture di cure intermedie, la mortalità “risulta inferiore sia a quella media della popolazione generale over 70 che a quella osservato nelle analoghe strutture di ricovero per Cure Intermedie presenti nel territorio di ATS Milano”, si legge ancora nella relazione

I malati importati – Oltre a sottolineare l’arrivo del virus all’interno della struttura “già a fine febbraio”, la relazione, si legge nell’anticipazione del Corriere, evidenzia anche che i trasferimenti arrivati in struttura dovevano essere negativi al covid, visto che il Pat non aveva accettato di accoglierne, ma che questi “erano dichiarati non positivi alla struttura di provenienza” solo per l’assenza di sintomi. Una correlazione “che non forniva sufficienti garanzie nell’eventualità d’ingresso di persone infette asintomatiche”. A contribuire ai contagi, si evidenzia, anche il mancato distanziamento, almeno all’inizio dell’epidemia, con assembramenti “tra pazienti, parenti e operatori”, come ad esempio avveniva in sala mensa.

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