Inizialmente dimenticate, quindi travolte dal virus e dalle polemiche, a quasi due mesi dalla fine del lockdown e a tre settimane dalla riapertura delle regioni, le Rsa restano il brutto anatroccolo della sanità. Eppure secondo l’indagine, parziale e su base volontaria, dell’Istituto superiore di Sanità, quasi la metà dei circa 9mila decessi registrati nelle strutture per anziani intervistate dall’Iss durante il trimestre più caldo della pandemia, è imputabile al Covid, con tutto ciò che ne è conseguito.

Il ministero della Salute garantisce che il tema è all’ordine del giorno: con tutta la sanità territoriale sarà al centro del “piano di rilancio e potenziamento dei servizi” all’interno del quale le Residenze sanitarie assistenziali saranno “oggetto di grande attenzione”. Previsione che, va detto, trova riscontro anche presso i sindacati di settore che si attendono a breve dei “segnali importanti”. Nel frattempo, tuttavia, le strutture per anziani annaspano, ma essendo materia squisitamente regionale, ognuna va dove la porta l’ente in cui si trova, con la Lombardia che mantiene il primato negativo anche a contesto emergenziale mutato. E così, in assenza di un approccio sistematico e sistemico, anche dopo che il virus ha smesso di mordere, le problematiche sono rimaste tutte lì, mentre il tempo inizia a stringere.

Buchi di bilancio, cassa integrazione e isolamento dei sopravvissuti – Da una parte c’è una tensione economica che è sempre più difficile da sostenere, tra mancati ricoveri e budget annuali che se ne sono andati in pochi mesi in dispositivi di protezione individuale e sanificazioni. Tanto che dall’estero arrivano le prime avances di fondi speculativi che si preparano a investire nel settore non appena toccherà il fondo, come raccontano a ilfattoquotidiano.it alcuni addetti ai lavori che sono già stati contattati dagli investitori alla finestra. Intanto ecco le prime ripercussioni occupazionali: in Lombardia, che rappresenta il 60% circa delle attività residenziali per anziani del Paese, il mondo del profit ha già fatto ricorso agli ammortizzatori sociali o alla revisione dei contratti di servizio delle cooperative fin dal mese di maggio. Il no profit, invece, si è dato tempo fino a fine mese per decidere cosa fare. Un’amara beffa per quel personale che quando non ha dato l’anima, ha dato il corpo al Covid e oggi rischia il posto.

Dall’altra parte manca ancora una road map per arrivare preparati alla paventata seconda ondata che incombe minacciosa sull’autunno. E nel mezzo ci sono loro, i sopravvissuti: decine di migliaia di ultrasettantacinquenni, spesso affetti da demenze e altre gravi patologie croniche con deficit cognitivi, che in questi mesi hanno visto di tutto tranne i propri cari e non riescono proprio a capire come mai il figlio, la figlia o i nipoti non si presentino più. Il governo ha previsto che dall’11 giugno le cosiddette visite di conforto, ferme dai primi di marzo, siano non più vietate ma limitate ai casi stabiliti dalla direzione sanitaria. Ogni regione, però, la legge a modo suo e ogni struttura pure. Trentino, Emilia Romagna e Toscana per esempio hanno riaperto in questi giorni. La Liguria non vieta gli accessi, ma neppure li autorizza. La Lombardia, forse perché scottata dalle inchieste, si è fermata alle norme di aprile e li limita al solo fine vita, salvo poi aprire, nonostante le indagini, il Pio Albergo Trivulzio. Il Veneto di contro ha riaperto da fine maggio e in questi giorni ha stilato un dettagliato protocollo di prevenzione che include le campagne vaccinali. Insomma, sono meno frastagliate le delibere sulla ripresa dei ricoveri nelle strutture, anche se Milano è riuscita perfino su questo punto a costituire un’eccezione che rischia di diventare un boomerang.

“Linee di indirizzo chiare e univoche per tutti” – “La questione più urgente e immediata è accelerare più possibile il ritorno alla normalità. Lo abbiamo fatto presente al governo, anche se le competenze sono molto incentrate sulle Regioni, chiedendo di emanare linee d’indirizzo chiare e univoche: non è possibile che ognuno si muova per conto proprio o che tutto dipenda dalla decisione del direttore sanitario della struttura”, dice Stefano Cecconi che è Responsabile Salute e Area Welfare della Cgil, ricordando come la riduzione di socialità, contatti e movimento per le persone che si trovano in condizione di grave deficit cognitivo generi un inevitabile aggravamento del paziente.

“Ci vogliono sicuramente delle linee di indirizzo più forti, abbiamo sollecitato il ministro della Salute, quello delle Politiche sociali e la Conferenza delle Regioni. Peraltro questa vicenda non riguarda soltanto gli anziani, ma molte persone con problemi di salute mentale, disabilità e via dicendo”, sottolinea il sindacalista chiedendo non tanto un nuovo centralismo statale, quanto “un ruolo più forte dell’autorità centrale su alcune grandi questioni che riguardano i diritti che non possono essere differenziati tra territorio e territorio”. In secondo luogo, secondo Cecconi c’è da fare “un’operazione molto più complicata, che è legata al fatto che queste strutture vanno radicalmente ripensate, al di là di quello che è successo durante l’emergenza Covid“, continua puntando il dito contro “attività che sono più di custodia che di cura, di socializzazione e di riabilitazione“.

La polveriera lombarda – In Lombardia intanto c’è un problema di dialogo che si sta facendo sempre più esplosivo. L’ultima in ordine cronologico è una determina della giunta Fontana che ha previsto una decurtazione di 5 punti degli acconti trimestrali per posto letto che la regione versa alle strutture convenzionate e che scende così al 90%. Secondo i gestori è colpa di un’interpretazione distorta del decreto Rilancio, che intendeva al contrario versare almeno il 90% degli acconti agli enti che sotto Covid hanno rimodulato o sospeso le attività. Non solo. Alle stesse strutture viene richiesto di prendersi carico della prevenzione del contagio portato da nuovi pazienti, occupandosi del loro screening quando sono ancora a domicilio, assegnando quindi loro compiti che sono propri della medicina territoriale non residenziale.

“Ci vuole forza a dire che il mondo del socio sanitario lombardo abbia sospeso o rimodulato le proprie attività: forse siamo stati messi sotto pressione, per usare un eufemismo, perché erano bloccati gli ingressi dal territorio, ma erano ampiamente richiesti gli ingressi dalle dimissioni ospedaliere”, commenta il presidente di Uneba (Unione nazionale istituti e iniziative di assistenza sociale) Lombardia, Luca Degani. “Per non parlare del fatto che la richiesta di prenderci carico di prestazioni sanitarie non sia stata esattamente una passeggiata sia in termini gestionali e operativi, che economici”, aggiunge parlando di comportamenti al limite di un immotivato atteggiamento vessatorio.

La Lombardia non è pronta per difendersi da nuovi attacchi – E intanto di roadmap verso una rinascita non se ne parla. “Perché non stiamo disciplinando i percorsi di screening delle persone della popolazione grande anziana? Perché chiedere agli operatori delle Rsa, che si occupano di residenzialità, di fare azioni di verifica dello Stato infettivo delle persone sul territorio che richiedono il ricovero in Rsa? Non sono degli ufficiali di sanità pubblica“, incalza Degani. “Perché non attivare le famose usca? Dove sono andate a finire? Perché non attivare il reclutamento degli infermieri di famiglia?”, prosegue. “Dove sono i protocolli sul supporto infettivologico, pneumologico e cardiologico di cui si è tanto parlato, ma poco agito e che dovrebbero servire se ci fosse un rebound?”, chiosa.

Quindi il tema cruciale: i luoghi di ricovero per acuti in caso di nuova ondata. “Siamo sicuri che ci possiamo permettere che siano solo gli ospedali i luoghi in cui inviare un eventuale soggetto positivo? Non è più opportuno capire le necessità o avere delle strutture dedicate, magari il famoso ospedale in Fiera, che avrebbe così una ragione di esistere e potrebbe servire se inserito nel tessuto dei servizi? In questa fase due serve una visione programmatoria in cui si esca dalla logica buoni cattivi e che ci faccia collaborare istituzionalmente“, aggiunge.

Tremano 80mila lavoratori – Malissimo, poi, la situazione economica e, a ruota, quella occupazionale che, facendo due conti a spanne, in un settore che vale circa 2,5 miliardi di euro l’anno, nella Regione di Fontana e Gallera riguarda circa 80mila lavoratori “da mille euro”. Il vicepresidente di Uneba Lombardia, Marco Petrillo, ricorda che al momento nelle strutture sociosanitarie lombarde ci sono tra 15 e 18mila posti letto liberi. In termini di flussi di cassa, significa un totale di 1,5-1,8 milioni di euro di entrate in meno al giorno. Mentre a fronte di un contributo medio unitario di 40 euro al giorno, la Regione al momento sta risparmiando 100mila euro al giorno. Oltre agli anticipi decurtati.

“Al tavolo con la Regione stiamo lavorando sugli indennizzi, che sono un misto di fondi regionali e nazionali. Ci muoviamo almeno su due linee, la prima per gli oneri straordinari sostenuti per i dispositivi e le sanificazioni, la seconda è per chi ha avuto i Covid, cioè ha svolto attività di stretta pertinenza sanitaria – spiega Petrillo -. Non potendo portare in ospedale i pazienti perché la Regione ce lo ha vietato, li abbiamo curati in Rsa, quindi chiediamo il rimborso della prestazione sanitaria. Poi ci sarebbe la terza linea, che abbiamo chiesto poiché ci hanno chiuso dall’8 marzo al 10 di giugno e mi risulta che anche altre regioni stiano lavorando al rimborso in minima parte”.

Questione di soldi, idee, collaborazione e dimensione sociale – Ma non servono solo i soldi. “Ci vogliono anche le idee che devono essere anticipatorie delle possibilità di rischio. Abbiamo tante possibilità, ma non abbiamo tempo, il pensiero deve essere finalizzato a gestire il rischio di rebound”, ammonisce Degani, mentre il collega sottolinea come nessuno si stia occupando della “dimensione sociale che si è azzerata”.

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