Non mi guardare negli occhi, non mi sfidare altrimenti ti do una testata in faccia”. Usura e condotte intimidatorie. Ma non solo. Oltre al figlio Riccardo, parte attiva negli affari illeciti del padre, Claudio Cirinnà era riuscito a coinvolgere indirettamente anche i due anziani genitori, Corrado e Lucina, ai quali i suoi “debitori” nel 2014 avevano fatto pervenire due assegni, uno di 4mila euro intestato al padre e uno di 5mila euro alla madre. La coppia di anziani, va chiarito subito, non è coinvolta in alcun modo nelle indagini . A fargli pervenire quei soldi, secondo quanto ricostruito dalle indagini, era stato Antonio Leone, imprenditore titolare della Tony Leone Limousine Service, caduto nella trappola usuraia di Cirinnà dopo un prestito di 50mila euro, per il cui saldo a un certo punto non bastavano più nemmeno i 130mila euro promessi in un successivo “piano di rientro”.

Cirinnà. Il padre prestava, il figlio riscuoteva – Claudio e Riccardo sono finiti in manette nell’ambito di un’operazione che ha portato la Squadra mobile di Roma a disarticolare per intero il clan camorristico Senese, attraverso gli arresti dei reggenti Vincenzo e Angelo Senese e di Raffaella Gaglione, rispettivamente figlio, fratello e moglie del boss Michele detto O’ Pazzo, dal 2013 al 41bis. Sebbene vi sia in comune l’attività usuraia, l’unico collegamento emerso fra i Cirinnà e i Senese è che i secondi a un certo punto hanno acquistato il debito contratto da Leone, tanto che ai due non è stato contestato il reato di associazione mafiosa. Nessun coinvolgimento – neppure accennato – per la sorella di Claudio, la senatrice del Pd, Monica Cirinnà, che da anni ha allontanato quel fratello dalla “vita tumultuosa”, nonostante i sentimenti di “dolore e l’amarezza” con i quali dichiara – con un post su Facebook – di aver appreso la notizia del suo arresto. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Claudio Cirinnà erogava i suoi “prestiti” attraverso la società Europetroli Spa, per poi farli riscuotere al figlio Riccardo. “Nel marzo 2016 ricevevo minacce da parte di Claudio Cirinnà a mezzo telefono – dice Leone agli inquirenti – con tali telefonate, mi diceva che in mancanza di ulteriori pagamenti sarebbe passato alle vie di fatto, sia nei confronti di Leone che dei suoi familiari”. Intimorito dalle minacce “mi accordavo con Cirinnà per un piano di rientro per complessivi 130.000 euro” effettuato “nelle mani di Riccardo”. Tuttavia “a gennaio 2017 Cirinnà pretendeva la dazione di ulteriori 60.000 euro in quanto a suo dire il debito non sarebbe stato ancora estinto”.

Senese. “Michele è il capo di Roma”. Il ruolo della moglie “Raffaellina” – Al centro dell’inchiesta la famiglia Senese. Il boss, Michele, dal carcere secondo gli inquirenti “conosce esattamente il modus operandi della famiglia in materia di investimenti e controlla tutte le iniziative ‘in affari’ portate avanti dai vari componenti familiari”. “Vai là, dici che papà sa tutto, glielo hanno mandato a dire, sta come un pazzo”, diceva al figlio Vincenzo durante i colloqui in carcere. In particolare, è la moglie Raffaella che “sorveglia tutti gli investimenti e ciò secondo specifiche direttive del marito”. Tanto che a un certo punto entra in conflitto proprio con il figlio, quando il commerciante di capi d’abbigliamento, Massimiliano Barretta, tarda a far rientrare i soldi che la famiglia gli aveva prestato per “avviare l’attività’”. Enzo Senese è costretto alle minacce per far “rientrare” l’imprenditore: “Sei ancora vivo compà”, gli dice al telefono. “Si, sono vivo, non ti preoccupà”, la risposta. E ancora: “Meno male dai, so contento se uno è ancora vivo… sennò la gente…”. D’altronde, Michele Senese era ancora considerato “il capo di Roma” da alcuni degli interlocutori dei suoi familiari. “È il boss della camorra romana!!! Comanda tutto lui!!”, affermano alcuni degli indagati. “L’articolazione criminale dei Senese – scrive il gip – ha diversamente distribuito i propri illeciti interessi in diversi territori di Roma tanto da rapportarsi con due esponenti di spicco della Capitale, Roberto De Santis e Franco Gambacurta”. E ancora: “La notorietà criminale della famiglia Senese – sottolinea il gip – era così diffusa che bastava evocare il nome del clan per persuadere i destinatari della intimidazione a piegarsi alle richieste provenienti dal clan”.

I ristoranti “Da Baffo”, le radio e ‘Diabolik’: “Ormai sta Roma fa schifo” – Nell’orbita degli affari del clan Senese nella Capitale, c’è anche la catena dei ristoranti “Da Baffo”, molto noti in città per la qualità della carne servita e per la pubblicità battente sulle radio sportive romane. Proprio su questo punto si concentra un capitolo dell’inchiesta. È Angelo Senese a a contattare Marco Turchetta, ultras della Lazio e sodale del più noto capo della curva nord Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik: i due sarebbero stato arrestati insieme alcuni mesi fa nell’inchiesta ‘Grande Raccordo Criminale’ se Piscitelli non fosse stato ucciso nell’estate 2019 al Parco degli Acquedotti, proprio al Tuscolano quartier generale dei Senese. Grazie a Turchetta, Senese ottiene per i suoi ristoranti un contratto pubblicitario complessivo con quattro note radio sportive capitoline, ascoltate da entrambe le tifoserie. Prima di risolvere il “problema”, Turchetta chiede a Senese il permesso di coinvolgere proprio Piscitelli, ma Angelo rifiuta: “Io non mi voglio mettere in mezzo, perché poi ce sta quello de mezzo dietro… non mi va”.

Carminati e Senese

Le intercettazioni su Carminati: “Hanno ancora messo le foto” – I Senese guardano con sospetto anche le associazioni mediatiche fra il boss Michele e l’ex Nar, Massimo Carminati, condannato nell’inchiesta sul Mondo di Mezzo. Indagine in cui viene documentato l’ormai noto incontro tra lo stesso Senese e Carminati: i toni, a giudicare dagli scatti, non erano dei più distesi. Le immagini di quel summit con annessa discussione finiranno più volte su tutti i giornali. “Un’altra volta le foto”, esclama Enzo Senese a Ciro Maresca, altro noto pregiudicato napoletano: “Mo’ hanno messo altre foto sue, discussioni con quello lì di Mafia capitale, Carminati, solo problemi”. E poi il commento, surreale: “Come sta Roma è finita Ciro, fa schifo proprio”. L’altra telefonata è a Cristian Condorelli, anche lui pregiudicato ritenuto contiguo al clan Casamonica: “Però sempre le solite cose, un’altra volta mi padre sui giornali, sulle cose, a rompe il cazzo”. E ancora: “Un’altra volta, pure ieri, l’Espresso, quello, quell’altro…”.

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