Ennio Morricone se ne è andato ora, a luglio. Questo bislacco 2020, che ha imposto il silenzio a teatri, cinema e sale da concerto, ha zittito anche lui, per sempre. Morricone ha attraversato gran parte del Novecento – era del 1928 – e un ventennio del secolo XXI. Un periodo lungo, fitto di storia, di guerre, di disastri, ma anche di conquiste scientifiche e innovazioni artistiche: se la musica ha toccato grandi vette, il cinema, la decima musa, ha mostrato quale forza, quanta seduzione può sprigionarsi dalle immagini in movimento.

Se le due arti si combinano, può avvenire il miracolo. La musica sottolinea, amplifica, enfatizza, e talvolta contraddice o smentisce, quel che voci, gesti, atteggiamenti dicono in maniera aperta o allusiva. Esagerando un po’: dall’invenzione della colonna sonora, il film difficilmente reggerebbe senza corredo musicale; ma vale anche il reciproco: solo in rari casi la colonna sonora musicale regge senza il film.

Con le proprie risorse la musica contribuisce a strutturare la visione, sopperisce al colore sentimentale e al ritmo – esteriore e interiore – della narrazione filmica. A sua volta il ‘passo’ narrativo dell’azione, del dialogo, delle inquadrature e sequenze entra in risonanza con il ‘passo’ della musica. È un rapporto vuoi di convergenza e consentaneità, vuoi di dissonanza e distacco, per il quale si ricorre talvolta anche alle musiche di compositori ‘classici’, scritte per motivi totalmente diversi. Un caso paradigmatico è l’uso che Stanley Kubrick fa di Beethoven e Rossini in Arancia meccanica o di Strauss in 2001 Odissea nello spazio.

Dal 1961 Morricone ha servito queste due dee congiunte, musica e cinema: con frutti copiosi. L’artista proveniva da una formazione musicale severa: aveva studiato tromba, strumentazione per banda, direzione di coro, composizione con Goffredo Petrassi: e ha toccato da vicino tanti generi musicali, dal jazz alla musica d’avanguardia alla canzone. Ha fatto parte di Nuova Consonanza, ha prodotto arrangiamenti d’ogni specie. Ma i riconoscimenti maggiori gli sono venuti proprio dal mondo del cinema.

Un campo, tra parentesi, che soprattutto tra i russi annovera giganti come Prokof’ev, Šostakovič, Vajnberg, Schnittke. E di costoro alcune partiture filmiche funzionano anche in sala da concerto: gli esempi classici sono Aleksandr Nevskij di Sergej Prokof’ev (regista Sergej Ejsenštein), e La nuova Babilonia di Šostakovič (film di Grigorj Kozincev e Leonid Trauberg).

L’incontro di Morricone con Sergio Leone è stato epifanico per entrambi. Il ‘western all’italiana’, passato alla storia con una locuzione che al musicista non piaceva molto, è indimenticabile: Per un pugno di dollari (1964), Il buono, il brutto, il cattivo (1966), C’era una volta il West (1968) rimangono indelebilmente nel ricordo d’ogni spettatore.

Restano negli occhi e nelle orecchie i desertici ‘campi lunghissimi’ sotto il sole accecante, l’attesa immota di un evento che grava come una minaccia – lo spettatore ignora quale sia e quando si verificherà, ma sa che accadrà –, il canto disteso di una voce fuori campo che colma lo spazio e fa traboccare l’anima. Ne risulta il senso spasmodico di una sospensione gravida di mistero.

Ci furono poi molte altre musiche per capolavori del cinema: La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo (1966), Novecento di Bernardo Bertolucci (1976), Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore (1988). Né mancarono interventi impegnati per occasioni dolorose: Non devi dimenticare (1998), in memoria delle vittime della strage del 2 agosto 1980 a Bologna; la cantata Per i bambini morti di mafia (1999) su testi di Luciano Violante. L’ultima sua composizione, Tante pietre a ricordare, sarà eseguita postuma a Genova per le vittime del crollo del ponte Morandi.

Innumerevoli le onorificenze e i premi: Leone d’oro alla carriera (1997), Oscar alla carriera (2007), Oscar per The hateful eight di Quentin Tarantino (2016), tre Golden Globe, nove David di Donatello. C’è però un’onorificenza in particolare che desidero menzionare: è la laurea honoris causa in Lingue e Letterature straniere conferitagli dall’Università di Cagliari (2000). Morricone tiene la sua lectio magistralis: a un certo punto si commuove, inghiotte le lacrime, biascica le parole. Quando conclude scatta l’applauso, lunghissimo.

Non è teatro: è realtà, e la si vede in un video. L’artista ricorda il senso del dovere cui sempre si è attenuto, ringrazia il suo maestro Petrassi, poi la moglie, i figli, i musicisti, l’Università. In pratica, le vere cose importanti della vita. Questa è davvero una lezione. Chapeau, Maestro!

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