Scion scion… Alzi la mano chi non ha mai fischiettato il motivo di Giù la testa, il film che chiudeva nel 1971 la pentalogia con cui Sergio Leone aveva costruito il mito dello spaghetti-western, rigenerando, degenerando e destrutturando uno dei più grandi topoi della storia del cinema, quel western che aveva fatto la fortuna della storia e del cinema americani.

Non ci sarebbe stato quel mito se non ci fosse stato, accanto a Leone, Ennio Morricone. Il quale aveva la modestia dell’artigiano e la cultura musicale dell’allievo di Goffredo Petrassi, che lo invitava a non abbandonare la musica assoluta e la ricerca. Di Morricone si ricordano ora le grandi tappe di una carriera fulgida che lo ha portato a lavorare con molti dei più grandi autori del cinema italiano e internazionale: oltre a Leone, al quale la notorietà di Morricone è inestricabilmente legata, i fratelli Taviani e Pasolini, Petri e Tornatore, Argento e Citti, e poi ancora Almodóvar e Tarantino, Polanski e De Palma e mille altri.

Non era facile lavorare con giganti di quel calibro, che naturalmente avevano a volte pretese imperiose che cercavano di far valere: Morricone ricordava di essersi rifiutato di sottostare alla richiesta di Pier Paolo Pasolini di inserire una lista di temi nella colonna sonora di Uccellacci e uccellini. “È venuto dalla persona sbagliata”, replicò il maestro. E Pasolini dovette fare marcia indietro. La musica infatti doveva essere autonoma rispetto al film, trovare la consonanza emotiva, caricare il film di senso senza tuttavia sopraffarlo. E il lavoro del musicista doveva essere altrettanto autonomo per ottenere questo risultato.

Nel rivendicare l’autonomia del compositore rispetto al regista, Morricone però manifestava anche il suo tributo ai film che erano la fonte del suo lavoro: “Non c’è una musica importante senza un grande film che la ispiri”, dichiarò in occasione della vincita del premio Oscar per The Hateful Eight di Quentin Tarantino nel 2016. Con ciò mostrando, accanto alle qualità che rendevano riconoscibile la sua firma musicale, anche la modestia di chi sapeva usare i suoi strumenti con un fare da bottega. Quel fare artigianale che con naturalezza gli faceva dichiarare recentemente, forse nell’ultima intervista pubblica, che la musica la scriveva al pomeriggio, come fosse il risultato di una scansione metodica della giornata e della vita.

Forse però il suo atteggiamento verso la vita, il suo mestiere e i suoi affetti li ha rivelati, inaspettatamente, proprio in occasione del suo necrologio, scritto con sincera umiltà in prima persona. Scelgo un funerale in forma privata perché non voglio disturbare; e ancora, a mia moglie Maria il più doloroso addio: c’è un velo di dignitosa malinconia in questo congedo, lo stesso velo che percorre le grandi musiche di Morricone nei film che lo hanno reso celebre, dal tema di C’era una volta il West alla Scuola di ballo al sole di Uccellacci e uccellini, fino al tema di C’era una volta in America.

Raccontava Sergio Leone che quel film lo stava girando in presa diretta, dunque senza la possibilità di mettere musiche in scena. Robert De Niro però gli chiese, in occasione di qualche scena particolarmente emotiva, di tenere sotto la musica di Morricone, perché l’avrebbe aiutato a trovare il tono giusto della scena.

Il cinema oggi piange uno dei suoi più grandi artisti. Anche per noi ci vorrebbe la sua musica per aiutarci a trovare il tono e le parole giuste per ricordarlo. Che la sua musica continui ad accompagnarci sollevandoci dolcemente dalle fatiche del vivere.

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