Sandro Veronesi post trionfo allo Strega 2020. Il Colibrì (La Nave di Teseo) vince una concorrenza accesa (Carofiglio, Parrella, Bazzi, Mencarelli, Ferrari) e mai come quest’anno di così alto livello letterario. Lo acciuffiamo al risveglio dopo aver eguagliato a due Strega vinti un grande romanziere come Paolo Volponi.

Veronesi buongiorno: ha dormito?
“Poco. Ho tirato tardi, però non sono stanco”.

Ha letto qualcosa prima di andare a letto?
“No, di solito non leggo prima di coricarmi. Leggo durante il giorno”.

Il liquore Strega che ha assaggiato in diretta tv dopo la vittoria ha un sapore diverso da quello assaggiato nel 2006 quando vinse con Caos calmo?
“È esattamente lo stesso sapore. Non solo materialmente anche metaforicamente”.

In quei 200 voti serviti per la vittoria ci abbiamo letto un grande amore per questa storia, un amore che ha superato i classici steccati dell’industria letteraria italiana che “condizionano” la vittoria allo Strega…
“Penso di sì e questo è qualcosa di cui vorrò ricordarmi sempre. C’è stata una benevolenza nei miei confronti che mi ha commosso. Il fatto che l’avessi già vinto non mi ha alienato le preferenze, perché ricordiamoci che la giuria è sempre la stessa. Nei festival dei cinema, ad esempio, la giuria cambia. Quindi è contato quanto il libro è piaciuto e questo appoggio è stato toccante. Lo Strega comunque lo ha vinto Il Colibrì che vale di più di me che l’ho scritto”.

Dopo un ottimo successo di vendite – oltre 100mila copie – e lo Strega 2020, modificherebbe qualcosa de Il Colibrì?
“Oserei di più di quello che ho osato sul personaggio dell’uomo nuovo, che poi è una donna, che poi è una ragazza. Perché mentre lo scrivevo è sbucata Greta Thunberg che un po’ la stessa cosa, ma che però la realtà per esempio con più fantasia l’ha fatta borderline con la sindrome d’Asperger”.

Cambierebbe invece lei qualcosa della sua vita da scrittore con un tratto di penna?
“No, anzi, ho fatto il contrario. Ho abbandonato bruscamente una strada che avevo apparentemente perseguito per sei anni, che era quella dell’architetto. Ho studiato fino alla tesi e all’esame di stato e poi ho scartato di lato prendendo per buono tutto quello che sarebbe venuto. Mi sono anche preparato anche forme di sopravvivenza piuttosto estreme di cui non c’è stato bisogno perché sono stato fortunato, fortunato nel tempo, con il ripetersi a distanza di anni di circostanze fortunate. Non ho nulla da cancellare o di cui lamentarmi”.

A pagina 209 de Il Colibrì si intrecciano vita e morte, con l’acqua del mare, indelebile, ma mentre le scriveva quelle venti-trenta righe cos’ha provato in quegli istanti?
“Ho pensato: ce l’ho fatta. Quella è stata – curioso che se ne sia accorto, bravo – l’immagine iniziale. Tutto è nato attorno a questa immagine. Il romanzo è nato attorno a questa immagine e concomitanza. Cioè lungo la stessa spiaggia la felicità e la tragedia si intrecciano dentro una famiglia qualsiasi. Quando ho potuto scriverla mi sono sentito sollevato. Sa come funziona di solito? Uno parte con un’immagine iniziale che non è l’inizio del libro, ma poi mentre scrive la manca. Si mette a scrivere la storia e non l’acchiappa. Io ci tenevo molto, perché quella cosa, non so perché, e grazie a dio non ho vissuto un’esperienza del genere, la sentivo come seminale”.

Dopo la proclamazione della vittoria ha affermato: “Sono un italiano vero. Rendo con la pistola puntata alla tempia”. Prima delle mille interpretazioni possibili, ce la spiega meglio? Si riferiva al lockdown sul Covid-19?
“Anche. Ma pure agli ultimi due mondiali di calcio vinti. Alle performance del nostro popolo, o di suoi rappresentanti, che seguono sempre immediatamente un periodo di grave e decisiva minaccia, cioè la pistola puntata alla tempia. Un altro popolo orgoglioso di dirlo è il popolo uruguagio. Se gli punti la pistola danno il meglio di sé. Negli anni, in più di un secolo, noi italiani abbiamo dato questa impressione: più non possiamo sbagliare e meno sbagliamo”.

Durante la diretta tv ha fatto un’altra affermazione: “Non mi offendo se definite il mio romanzo borghese”…
“Certo che no. È la tradizione, il primo solco è quello lì. Poi naturalmente c’è la sperimentazione, 150 anni di evoluzione del linguaggio, ci sono state tante diverse decisioni di autori di grandissimo livello che hanno creato scuole ed epigoni. Ma il nucleo rimane borghese. Attenzione: dire romanzo borghese voleva dire che si cominciava a parlare della gente comune. Essere borghese era un passo avanti verso il popolo”.

Non le sembra che in questo momento storico la funzione emancipatrice e salvifica della borghesia, per stare larghi diciamo occidentale, si sia un po’ offuscata?
“Certo, si è perduta. È un concetto ottocentesco che ha resistito per tutto il novecento e si sta appannando. La borghesia che cos’è più? Oggi ha esaurito la carica innovativa di passo avanti. Mentre all’epoca era quella che prendeva il posto dell’aristocrazia ed era una forma, se usiamo termini moderni, di democratizzazione. Borghesia voleva dire distribuzione dei beni, anche della cultura, l’alfabetizzazione, Tutte cose che prima non c’erano e che sono andate a braccetto con la nascita di questa classe sociale che poi si è internazionalizzata. Ad esempio adesso c’è una borghesia che so nigeriana che vive esattamente come la borghesia inglese, solo che queste persone di fronte alla loro finestra hanno spettacoli molto diversi. E questa è la ragione della decadenza delle borghesia. È diventata una specie di casta, ma era nata per il contrario. Il romanzo continua romanticamente ad onorarla però nella sua accezione originale”.

Atra rilevazione antropologica dello Strega 2020: tante donne nel suo Il Colibrì, ma una sola finalista (Parrella ndr).
“È un po’ un caso. L’anno scorso c’erano più donne che uomini. Penso comunque che sia un movimento molto lento e lungo. C’è proprio un’inerzia maschile e maschilista che portiamo un po’ tutti anche inconsapevolmente e che per esaurirsi, soprattutto quella non consapevole, non ideologica un po’ d’abitudine, ci vorrà molto tempo. Credo anche che laddove la maggioranza dei lettori è costituita da donne e una buona metà se non maggioranza di scrittori è costituita da donne, ci vorrà poco tempo perché queste proporzioni vengano riflesse anche su un premio come lo Strega. Tra l’altro uno degli uomini, Jonathan Bazzi con Febbre. si dichiara un ammiratore della letteratura femminile. Quindi nella finale 2020 non c’era solo Valeria Parrella, c’era comunque una tradizione che vigilava”.

Le è piaciuto il romanzo Febbre?
“Diamine, certo che sì. Lo cito anche nel Colibrì. Quel romanzo sarà bene farlo leggere ai ragazzi. Un romanzo notevole”.

Dal suo libro: “Ma il male – hai presente? Ha delle correnti preferenziali, il male, o si accanisce a caso?”. In questi mesi è riuscito a dare una risposta a questo interrogativo?
“Credo che si accanisca a caso. Ma nei momenti come quello che sta vivendo il protagonista credo che il dubbio venga”

Dopo due premi Strega vinti, dopo quanti libri? Venti, ventuno…
“… non ricordo, ma siamo lì, forse meno”.

Ecco, giunto a questo punto della sua carriera, qual è il suo prossimo obiettivo: un altro romanzo, una pausa, si candida in politica?”
“No, in realtà è una sceneggiatura su Salvatore Todaro, comandante sommergibilista della seconda guerra mondiale. Ha una storia bellissima, ed è un eroe, un eroe patriota: affondava le navi e salvava i naufraghi mettendo a rischio la sua vita – perché un sommergibile è piccolo e riempirlo è un casino – per rispettare la regola del mare: un naufrago lo si salva e lo si sbarca. Sto lavorando allo script con il regista Edoardo De Angelis e probabilmente ne verrà non solo un film di guerra, ma anche una novellizzazione a quattro mani”.

Torna d’attualità il tema dei migranti in mare…
“Il discorso mi è rimasto sul gozzo. Todaro l’ho sentito menzionare proprio nei giorni concitati dei porti chiusi. Noi siamo il popolo di Salvatore Todaro e non gente abituata a lasciar morire persone in mare”.

Sembrava che con la pandemia di Coronavirus questo tema non fosse più una priorità…
“Per forza abbiamo una magagna immensa solo noi occidentali: la non disponibilità a ricevere le migrazione. In Africa, nessun paese povero, cito come esempio il Ciad, si sogna di respingere i migranti perché la maggior parte degli spostamenti avviene tra stati africani. Solo una minoranza affronta la traversata in mare che è una cosa pericolosa e durissima. Paesi poveri come il Ciad o la Mauritania non si sognano mai di dire: “Non passi di qua”. È un’idea balorda quella di impedire all’uomo di fare quello che ha sempre fatto. Le civiltà sono nate dalle migrazioni. Se da un paese ricco come il nostro non risolveremo questa magagna saremmo sempre di fronte ad un’emergenza di questo tipo”.

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