“Gli italiani devono pensare che chi raccoglie le pesche è straniero e dorme all’aperto, in queste condizioni”. Mandela è uno degli oltre duecento braccianti di origine africana che da settimane dormono su un pezzo di cartone in un parco di Saluzzo, in Piemonte. È arrivato da Roma quindici giorni fa per cercare un lavoro. Ogni mattina prende la bicicletta e lascia il proprio numero alle aziende agricole con la speranza di essere richiamato per la raccolta delle pesche che dovrebbe iniziare tra qualche giorno. Niente piattaforme digitali previste dalla Regione. In quello che è uno dei distretti agricoli più importanti d’Italia, l’incontro tra la domanda e l’offerta avviene ancora tramite il passaparola. “Ho lavorato in Sicilia nella raccolta dei pomodori e delle olive – spiega Mandela – ma almeno lì era meglio perché il padrone aveva preso un hotel per noi anche se ci chiedeva in cambio una quota di quanto raccoglievamo ogni giorno”.

Da oltre dieci anni a Saluzzo, tra i mille e i millecinquecento lavoratori non trovano ospitalità nelle aziende e sono costretti ad arrangiarsi. “Non si tratta di un’emergenza è un fenomeno strutturale che deve essere normato” spiega Virgina Sabbatini, coordinatrice del presidio Caritas Saluzzo Migrante che ogni giorno porta coperte e offre una doccia a chi dorme per strada. In più, quest’anno, l’emergenza sanitaria ha aggravato le condizioni dei braccianti impedendo l’apertura delle strutture di accoglienza temporanee che erano state messe a disposizione l’anno scorso dai comuni di Saluzzo, Lagnasco, Verzuolo e Costigliole. L’unica opzione è quella di dormire sotto gli alberi del parco o sotto i portici di un condominio.

Ma non c’è solo la questione dell’accoglienza. Mustafa ha ottenuto un contratto dal 9 di giugno al 30 giugno. Sei euro lordi all’ora per dieci giorni di lavoro segnati in busta paga. “Ma io ho lavorato tutti i giorni” spiega in francese. La differenza come viene pagata? “Dovrebbe essere inserito sulla busta paga – spiega Zeno Foderaro, sindacalista della Flai Cgil Cuneo – ma avviene raramente e le aziende danno i soldi in nero in mano al lavoratore”. Li chiamano “contratti grigi” e secondo i lavoratori “qui tutti fanno così e rubano non solo a noi, ma anche allo Stato”. Così facendo si corre il rischio di non raggiungere il numero di giorni necessari per avere il diritto alla mutua e alla disoccupazione. Per scongiurarlo, i sindacati invitano i lavoratori a segnarsi su un calendario le ore effettivamente svolte ogni giorno in modo tale da poter avere un pezzo di carta in caso di discrepanza con il contratto. “Spesso può agire da deterrente per l’azienda” spiega Foderaro mentre prende in mano un contratto per la raccolta dei mirtilli che prevede un solo giorno di lavoro nell’arco di un mese. A Saluzzo intanto ogni giorno aumenta il numero degli arrivi. “Questa situazione è intollerabile sia sotto il profilo della dignità umana sia dal punto di vista sanitario perché può produrre conseguenze drammatiche per la salute pubblica” spiega la Caritas che negli scorsi giorni insieme a Slow Food, ai sindacati confederali, all’Anpi, Libera e altre sigle ha lanciato un appello al Prefetto e al Presidente della Regione per chiedere l’apertura di strutture sul modello di accoglienza diffusa in ogni comune del distretto frutticolo e l’allestimento di una struttura gestita dalla Protezione Civile o dalla Croce Rossa per quanti sono senza contratto. Inoltre, le associazioni chiedono al Governo di “individuare modalità di regolarizzazione dei lavoratori che non siano solo funzionali al periodo di raccolta, ma che, andando al di là di un approccio utilitaristico, tengano conto della loro dignità di persone” e di “definire una gestione di questi flussi di manodopera che possa incrociare la domanda e l’offerta di lavoro da nord a sud, tramite la conoscenza dei dati sul reale fabbisogno da parte delle aziende e l’individuazione di un’unica piattaforma nazionale pubblica e obbligatoria per il collocamento”.

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