Vediamo se ho capito bene, perché sulla comprensione del testo ultimamente fatico un po’. Sarà il caldo. Le linee guida per la riapertura delle scuole a settembre sono uscite, tardi, ma sono uscite. Le ho lette con la trepidazione che riservo alle ultime pagine dei gialli avvincenti o agli ultimi capitoli delle trilogie, quei libri in cui tutte le domande troveranno risposta, tutti i dubbi si scioglieranno e tutto andrà al suo posto.

Ho presenziato, virtualmente è ovvio, all’ultimo collegio dei docenti con l’agenda aperta ad una pagina pulita e la penna pronta a prendere appunti per annotarmi tutto sulle attesissime indicazioni. Qualcosina tuttavia mi sfugge. Io un po’ avrei sperato in cose banali come classi più piccole, interventi estivi rapidi ed efficaci là dove le scuole lo necessitano, assunzioni in tempo utile per coprire le cattedre scoperte. Ho invece come il vago sospetto che ci abbiano detto di arrangiarci, ma ce l’abbiano detto bene.

Oddio, neanche tanto bene. Dobbiamo entrare e fare entrare gli studenti scaglionati, questo era lapalissiano, ma dipende, ogni scuola si aggiusti. Dipende anche dei mezzi, dipende dal territorio, vedete voi. Se una classe entra all’alba e una all’ora dell’aperitivo, signora mia, che ci vuol fare, è l’autonomia. Dobbiamo distanziarli. Ok, su questo siamo pronti. Con i banchi singoli, perfetto. Girano foto meravigliose di certe sedie da conferenza con il tavolino ribaltabile, che se soltanto provo a pensare al mio alunno alto due metri con la fissa della cancelleria incastrato lì dentro mi viene il mal di mare all’idea di vederlo oscillare su e giù a raccogliere tutto quello che gli cadrà a intervalli regolari.

Ah, giusto, gli intervalli: in piena autonomia dovremo tenerli lontani. Tra loro e da noi. I buttafuori delle discoteche ci terranno dei corsi di aggiornamento pagabili con la carta docente, penso. Vuoi un chiarimento? Dietro la riga gialla. Devi fare pipì? In coda, metti i piedini sull’adesivo, tranquillo, fai in tempo, tanto le lezioni dureranno meno, non so quanto meno, dipende dall’autonomia. E se gli alunni sono troppi? Nessun problema, ci attrezziamo in piena autonomia a far lezione in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi, eventualmente spezzando le classi anche se non ho capito bene se poi devo anche spezzarmi io per star dietro a tutti.

Anche la dad magari torna, metti tu che arriva un seconda ondata (no, non di nausea, quella ce l’ho già) del maledetto virus; ma se anche tornasse la dad andrebbe regolata, con una piattaforma unica che non è stata ancora decisa ma “vi faremo sapere”. E poi comunque basta con questa trasmissione dei contenuti, che gli alunni non sono imbuti (pure poeta), bisogna pensare alla loro condizione emotiva, in piena autonomia decideremo come fare. L’importante, comunque, è che stiano ben separati. Almeno un metro tra le rispettive rime buccali.

Io, tuttavia, sarei un po’ più specifica, perché se ad esempio il docente ha la dentiera? O ha la zeppola? O sputa? Ne ho avuti, io, di prof che sputavano. Bisognerebbe compilare una tabella accurata e stabilire le corrette distanze per ciascuna rima buccale. Mi sorprendo che ci sia tanta approssimazione. Passino banalità come gli orari o gli spazi, ma su questi dettagli essenziali ci terrei ad avere delle certezze. Che le rime buccali non sono mica tutte uguali: dalla mia, per esempio, ultimamente escono parole irripetibili. Sarà il caldo.

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