Alle 20,59 del 27 giugno 1980 l’aereo civile in volo da Bologna a Palermo non risponde al messaggio radio che lo autorizza alla discesa verso l’aeroporto di Punta Raisi. Pochi minuti prima, un missile, sganciato da un velivolo militare mai identificato, ha abbattuto il Dc-9 dell’Itavia che sorvolava le acque di Ustica provocando la morte di tutte le 81 persone a bordo.

Nel 1999, dopo 19 anni di indagini, l’inchiesta del giudice Rosario Priore accerta che il velivolo è stato abbattuto “a seguito di azione militare di intercettamento, verosimilmente nei confronti di un secondo aereo nascosto nella scia del Dc-9″.

La vicenda viene subito insabbiata dall’Aeronautica militare negando la presenza nella zona di aerei militari (italiani o stranieri), una versione inizialmente confermata dai comandi Nato. L’Aeronautica militare si premura anche di cancellare le prove, distruggendo registrazioni dei tracciati radar per rendere impossibile la ricostruzione dell’evento. Nascoste le prove, nei primi mesi si afferma l’ipotesi, suffragata dalla stampa di tutte le tendenze, del cedimento strutturale dell’aeromobile.

Il Dc-9 però non è una carretta dei cieli: costruito nel 1972 è revisionato ogni settimana. Nonostante ciò, la compagnia Itavia viene sottoposta a un fuoco di fila mediatico e politico. Dopo appena una settimana dall’accaduto, i senatori di tutti i gruppi parlamentari chiedono al governo di revocare la concessione di volo all’Itavia, richiesta accolta a dicembre del 1980 anche se la Commissione ministeriale d’inchiesta guidata da Carlo Luzzatti esclude l’ipotesi del cedimento strutturale.

L’Itavia fallisce. Il presidente della compagnia Aldo Davanzali sostiene che l’aereo è caduto a causa di un missile, un’affermazione che lo porta a essere incriminato dal magistrato Giorgio Santacroce per “diffusione di notizie esagerate e tendenziose”.

Già alla fine del 1980 affiora l’ipotesi del missile. La commissione Luzzatti va negli Stati Uniti per fare analizzare dal National Transportation Safety Board i tracciati radar a disposizione dai quali emerge, vicino al Dc-9, la presenza di un aereo militare aggressore di nazionalità non identificata. L’obiettivo è un altro velivolo militare straniero (probabilmente libico) che, si scoprirà poi, viaggia in coda al Dc-9, a quota leggermente più bassa, per nascondere la sua presenza ai radar, un intento non riuscito dal momento che l’aereo viene individuato e scatena la battaglia nei cieli di Ustica.

Con la fine del 1980 la vicenda di Ustica entra in un cono d’ombra fino al 1986, quando si rischia l’archiviazione, complici i governi che rifiutano di finanziare il ripescaggio del Dc-9. All’esclusione dell’ipotesi legata al cedimento strutturale ne affiora un’altra – la bomba all’interno del velivolo – sostenuta nel tempo a dispetto delle nuove risultanze, ma pur sempre una versione funzionale a nascondere la verità.

Sin dai primi tempi si segnala, come voce fuori dal coro, Andrea Purgatori sul Corriere della Sera che mette in discussione le versioni ufficiali e avanza l’ipotesi dell’abbattimento per mezzo di un missile.

Alla fine degli anni Ottanta le indagini ricevono nuovo impulso grazie al Comitato per la Verità su Ustica – formato nel 1986 da giuristi e parlamentari – e alla nascita, nel 1988, dell’Associazione Parenti delle vittime della strage di Ustica.

Senza il recupero del velivolo resta impossibile stabilire se la caduta del Dc-9 sia imputabile a una bomba esplosa all’interno o a un missile. È il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giuliano Amato (nell’esecutivo Craxi II) che stanzia i fondi per il ripescaggio del relitto, operazione complessa dal momento che l’aereo è inabissato nelle acque più profonde del Tirreno (punto Condor) a 3.700 metri di profondità.

L’esame dei resti del Dc-9 permette di effettuare la prima vera perizia tecnica che, nel 1989, stabilisce che l’aereo è esploso a causa di un impatto con un missile. Nel 2013 la Cassazione ritiene la tesi del missile come definitivamente acquisita dalla nostra giurisprudenza e attribuisce all’attività di depistaggio dell’Aeronautica militare il fallimento dell’Itavia.

A quarant’anni di distanza, l’inchiesta, alla ricerca degli autori della strage, è tuttora in corso. Resta la ferita del comportamento, a lungo sleale, dello Stato italiano nei confronti di 81 cittadini innocenti e ignari.

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