Come scrisse lo storico John Dickie in un saggio di vent’anni fa, “non esiste società europea la cui storia moderna sia stata più profondamente segnata da disastri, naturali e sociali, di quanto lo sia stata l’Italia. I disastri mettono alla prova il tessuto sociale e il sistema politico. La sopravvivenza e la ricostruzione attingono alle sue più profonde riserve culturali”.

E la narrazione apocalittica associata a questa inclinazione ha spesso giustificato l’esaltazione dell’eccezionalità degli eventi da parte di maggiorenti, media e intellettuali, quale diversità intrinseca del nostro paese. Senza dubbio la storia d’Italia è scandita da vicende classificabili come eccezionali, a partire dall’alluvione romana del dicembre 1870, la più severa del millennio, e da quelle padane di due anni dopo, altrettanto se non più gravi (qui ne ho parlato).

Dai terremoti di Casamicciola e del Ponente ligure degli anni 80 del XIX secolo alla frana di Sasso (poi Marconi). E da eventi estranei alla natura geologica della penisola ma legati all’assetto sociale e ambientale, come l’epidemia di colera nel napoletano del 1884 o la titanica lotta alla malaria intrapresa del fascismo con la bonifica integrale. Sempre disastri erano; e le politiche di emergenza per fronteggiare i disastri sono sempre state un must dei governanti pro-tempore.

Dal disastro di Adua del 1896 a quello di Caporetto del 1917, anche le vicende militari sono state interpretate secondo la retorica del disastro, così come le stragi, da quella del Kursaal Diana del 1921 alle meno lontane stragi di Piazza Fontana (1969) e della stazione di Bologna (1980).

La Protezione Civile italiana è stata pioniera in Europa nell’ispirare i metodi con cui fronteggiare l’emergenza, ancorché innescata dall’esplosione di Seveso, dal pozzo di Vermicino e dalla frana in Valtellina. Fino a catalogare nella famiglia dei disastri perfino i grandi eventi, come il G8 o i mondiali di ciclismo e nuoto; e questi eventi sono stati talora un vero disastro, almeno per il pubblico erario.

La risposta della nazione è stata ogni volta diversa. Se l’alluvione romana segnò il momento più intenso di frattura tra cattolici e liberali, il terremoto di Messina del 1908 consolidò uno spirito unitario fino ad allora poco percepito: volontari da tutto il paese si misero in viaggio per dare una mano, quotidiani e riviste parlarono del disastro fino a saturazione, comitati civici raccolsero ovunque fondi, a Roma i “plebisciti del dolore” rievocarono i fasti che avevano ratificato l’unità.

Per contro, il colera napoletano del 1884 spaccò in modo definitivo il sud e dal nord, nonostante il “vibrione” arrivasse dalla Francia. E la soluzione fu lo sventramento della città antica con un poderoso piano di Risanamento, benedetto dal piemontese Re Umberto I e dal pavese Primo Ministro Depretis. Nel ricordo del colera del 1973, che solo a Napoli produsse danni per mezzo miliardo di euro, l’ingresso in campo dei calciatori del Napoli viene tuttora amabilmente salutato sui campi del nord da striscioni del tipo: “Napoletani figli del colera, vi mettiamo in quarantena”.

La catastrofe virale che stiamo vivendo fa eccezione? Il disastro è globale, una catastrofe annunciata ma non prevista, che ha colto la gente inerme e impreparata; innanzitutto le classi dirigenti, tranne rare eccezioni quasi tutte al femminile. Che cosa caratterizza la risposta dell’Italia, rispetto a quella degli altri paesi, europei e non? Prego i lettori di condividere la propria opinione nei commenti. A me vengono in mente quattro circostanze peculiari.

Primo: Tutti i sanitari, all’inizio impegnati in condizioni impossibili, si sono prodigati con immensa generosità e altruismo. E, senza fare polemiche, hanno pagato un prezzo enorme al Covid-19. Sanitari in servizio e pensionati che avevano risposto a una chiamata d’aiuto. “Perché non si smette mai di essere medici, lo si resta sino in fondo e per tutta la vita”.

Secondo: Tra i governanti del mondo occidentale, gli italiani sono stati finora i più presenti sui media. Una costante ossessiva, tra appelli e controappelli. Forse, solo Trump e Bolsonaro sono apparsi in televisione quanto i nostri, dal Presidente del Consiglio ai Governatori. Per tacer degli opponenti, onnipresenti in tg e talk show.

Terzo: La sequenza di episodi di malaffare, da nessuna parte confrontabile con quella registrata in Italia. Episodi poco chiari hanno coinvolto imprenditori, burocrati, perfino ex-alte cariche dello Stato in regime di vitalizio. Frutto di un’attitudine allo stupro della collettività piegata dal disastro, vicende che rievocano i racconti di guerra sulla vergogna della borsa nera.

Quarto: Lo iato assoluto tra eccellenza proclamata dai media e merito scientifico riconosciuto dai canoni internazionali, con penose e pietose conseguenze che rasentano l’abuso della credulità popolare.

Ma, senza dubbio, molti altri elementi hanno caratterizzato la risposta al Covid-19 da parte dell’Italia, il paese delle catastrofi per definizione. Vi prego di aiutarmi con i vostri commenti.

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