Uno si fa chiamare Mahdi The Brave, il coraggioso, e viene dall’Afghanistan. Poi c’è Luna, che nel frattempo è diventata mamma. Infine Khaoula: per la sua sicurezza non si può sapere la sua nazionalità. Tre rifugiati, allenati da Niccolò Campriani – l’azzurro tre volte campione olimpico nel tiro a segno e oggi Sports Intelligence Manager del Cio – con l’obiettivo di portarli a qualificarsi per i Giochi Olimpici di Tokyo 2020. Un progetto diventato un traguardo ormai alla portata: non avevano mai preso in mano una carabina, oggi due dei tre ragazzi allenati dal tiratore italiano, Mahdi e Khaoula, sono diventati selezionabili per partecipare ai Giochi e potrebbero essere convocati dall’Afghanistan e dal team degli Atleti Olimpici Rifugiati. Il progetto sperimentale, finanziato con donazioni e crowdfunding, viene raccontato con una serie in 5 puntate disponibile dal 15 giugno sul sito dell’Olympic Channel, piattaforma online del Comitato Olimpico Internazionale.

“Ho vinto la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Rio de Janeiro 2016 nella carabina 50 metri dopo l’ultimo tiro imperfetto del mio principale avversario, il russo Sergej Kamenskij. A causa di ciò, ho fatto davvero fatica ad accettarlo: non sentivo di meritarlo. Per cercare di giustificare questo risultato, ho deciso di donare la differenza tra il premio per il primo e quello per il secondo posto all’UNHCR, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Sono stato quindi invitato a visitare il campo profughi di Meheba (in Zambia) e così è nato questo progetto”. Così Campriani racconta la nascita dell’avventura in cui è coinvolto da marzo 2019. Un progetto che, visto il successo, vuole essere esteso in futuro anche ad altri sport.

“Se abbiamo una sola vita non conta fare ciò in cui siamo bravi ma ciò che ci piace”
Niccolò Campriani, nato a Firenze nel 1987, pratica il tiro a segno da quando ha 13 anni. Dopo la prima esperienza ai Giochi Olimpici di Pechino (“stavo quasi per qualificarmi per la finale” a 20 anni, spiega nella serie) nel 2008, arriva il primo oro dai 10 metri a Londra quattro anni dopo. “Ma la passione divenne un’ossessione – racconta il trentaduenne toscano – e non mi piaceva più quello che stavo facendo. Sì, lo facevo molto bene. Tuttavia, se abbiamo una sola vita non conta fare ciò in cui siamo bravi ma ciò che ci piace. E non parlo di divertimento. Ma di passione”. I risultati dell’impegno arrivano: a Rio de Janeiro l’atleta italiano si conferma campione olimpico e raddoppia vincendo anche l’oro da 50 metri.

“Si fa chiamare Mahdi il coraggioso”
Poi, una donazione all’UNHCR (che ha scelto anche perché “in Italia il tema dei migranti era sulle prime pagine dei giornali”) apre una nuova prospettiva: “A marzo 2019, abbiamo organizzato un incontro con 10 rifugiati (nessuno si era mai esercitato nel tiro a segno e non si conoscevano tra di loro) a Losanna con il supporto dell’Istituzione del Canton Vaud per l’accoglienza dei migranti. È stato uno dei giorni più felici della mia vita. Ed è arrivato dopo il mio ritiro”. Dopo un po’ di allenamento e di conoscenza reciproca, tra gli uomini viene scelto Mahdi (il cognome non può essere rivelato ma “si fa chiamare Mahdi the brave”, ovvero Mahdi il coraggioso). Per le donne invece la competizione è serrata: “Ho deciso di richiedere indietro la mia carabina vincente all’Olympic Museum – scherza il campione fiorentino – così da poter scegliere una ragazza in più: abbiamo selezionato sia Luna che Khaoula”. Mahdi viene dall’Afghanistan (e gareggerà per il paese orientale di cui ha ottenuto la carta di identità) e lì si trova ancora la sua famiglia mentre le due ragazze vengono dal Medio Oriente e dall’Africa (“ma non è possibile rivelare il loro paese di provenienza”, spiega Campriani).

Due su tre sono selezionabili per le Olimpiadi
Inizia così il cammino verso Tokyo che si snoda attraverso le 5 puntate visibili online con una canzone composta dal musicista Ricky Kej, già vincitore del Premio Grammy. Cammino che ha portato fin qui Mahdi e Khaoula ad essere selezionabili per i Giochi Olimpici del prossimo anno: “Ciò però non significa che parteciperanno. Ciò dipenderà dal numero di atleti delle varie federazioni – e della squadra degli Atleti Olimpici Rifugiati – che potranno accedere alle Olimpiadi”. La terza ragazza, Luna, è diventata mamma e non ha potuto allenarsi con la stessa costanza. Ma il rinvio di Tokyo 2020 le garantisce un anno in più per tentare l’impresa.

“Se la meditazione fosse uno sport, sarebbe il tiro con la carabina”
L’avventura è supportata da un altro campione olimpico del tiro a segno (a Pechino 2008), l’indiano Abhinav Bindra: “Lo sport mi ha cambiato la vita. Appena Niccolò mi ha presentato il progetto, ho deciso di aiutare come potevo”. E l’avventura sperimentale punta a diventare un piano stabile per il futuro dal nome Make a Mark, Lascia un Segno. Un piano che punta ad andare oltre al tiro a segno. Specialità che però ha giocato un ruolo fondamentale fin qui: “Abbiamo molto discusso – spiega la manager dell’Istituzione del Canton Vaud per l’accoglienza dei migranti Charlotte Mosquera – e molti colleghi mi chiedevano perché fare questo progetto con persone che sono fuggite dalla guerra proprio sparando nel tiro a segno”. Campriani si è però battuto per difendere i valori del suo sport: “È un modo per lavorare su di sé. Se la meditazione fosse uno sport, sarebbe il tiro con la carabina. Il risultato non è lo scopo: è solo la conseguenza di ciò che accade dentro l’atleta”.

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