Primo punto, politico: le crisi di governo sono un’altra cosa. Secondo punto, comunicativo: da retroscena la storia ha finalmente avuto dignità di “fuoriscena” e i toni hanno perso apparentemente un po’ di acidità. Per farla semplice: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte vuole organizzare una due giorni sull’economia, per la ripartenza, per progettare una visione sul futuro. Più volgarmente: per capire come spendere le decine di miliardi che arriveranno dall’Europa. Il capo del governo li ha chiamati “Stati generali“, li ha annunciati in conferenza stampa. E lì li ha scoperti anche il Pd, uno dei due soci principali nella maggioranza che sostiene il Conte due. Così i democratici si sono irritati. Non solo per il metodo, però, ma anche per il merito. “Noi non solo non siamo contrari – spiega il vicesegretario Andrea Orlando che si fa sempre più spesso portavoce del pensiero del partito – ma lo abbiamo proposto noi questo passaggio. L’obiezione è sulla modalità, non ci convinceva l’idea che lunedì si chiamassero gli Stati generali senza prima definire la proposta del governo e dire come vogliamo spendere i soldi dell’Ue“.

Il messaggio, insomma, è “no a improvvisazioni”. Politicamente, assicura in tutti i modi il Pd, “non c’è alcuna volontà di contrapposizione a Conte”. Ma se da una parte i giornali raccontano di un confronto non proprio soft tra il capo del governo e il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, salta all’occhio che la tensione è passata anche attraverso il capodelegazione del partito Dario Franceschini che questo governo lo ha praticamente tirato su. E così si è arrivati alla riunione in cui il segretario Nicola Zingaretti ha riunito i ministri democratici e lo stato maggiore, capigruppo compresi. “Siamo favorevoli all’apertura di un processo che coinvolga appieno, e non in maniera superficiale, le migliori energie italiane”, precisano i dem chiedendo un “percorso serio e adeguato” alla sfida che attende il Paese. Su Twitter un padre fondatore del Pd, Pierluigi Castagnetti, ha perfino perso il suo aplomb: “Andate in un convento 2 giorni, tutto il Cdm, uscitene con una bozza di piano. Risparmiateci la menata degli Stati Generali”.

Ecco il punto, dunque. Nel frattempo il presidente del Consiglio non proferisce parola, lavora al piano riforme e da Palazzo Chigi emerge l’intenzione di fissare l’appuntamento tra mercoledì e giovedì a Villa Pamphilj. Una soluzione potrebbe essere che gli Stati generali si trasformino in una prima tappa, soprattutto di ascolto, con parti sociali, associazioni di categoria e alcune personalità di spicco. Il Pd, tra l’altro, chiede di allargare il confronto a tutte le forze politiche disponibili – per non lasciare alibi all’attività comunicativa delle opposizioni e magari coinvolgere le forze più “accondiscendenti” come Forza Italia – ma così pongono un altro ostacolo nel percorso del presidente del Consiglio.

C’è anche il tema della velocità di azione, tantopiù importante in una situazione di crisi a causa del lockdown come quella che il Paese sta già vivendo e che rischia di protrarsi nel prossimo autunno e inverno. Prima il governo sarà in grado di avere un piano di riforme e semplificazioni e più ampio potrà essere il budget in arrivo dal Recovery fund europeo per quest’anno. E da economico e strategico il discorso si fa di nuovo politico. Se il pacchetto di aiuti del fondo per la ripresa è più corposo magari si può fare anche a meno del Mes, il fondo salva Stati che non divide solo l’opposizione, ma anche e soprattutto la maggioranza, con il Pd in pressing alto (l’ultimo a parlare è stato lo stesso segretario Zingaretti) e Conte tendente al no, proprio per disinnescare un candelotto di dinamite sotto al tavolo del governo.

In queste dinamiche succede l’imprevedibile. Il sostegno a Conte, a sorpresa, arriva dal predecessore che finora ha piazzato solo trappole sul cammino della maggioranza. “E’ bastato fare l’accordo con Italia Viva e subito altri hanno iniziato a prendere le distanze dal Primo Ministro, chissà perché…” commenta Matteo Renzi. La fiscalità di vantaggio al Sud, il piano shock sulle infrastrutture, l’abbreviazione dei tempi della giustizia: Italia Viva si atteggia a sponda per Palazzo Chigi.

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