Mercoledì scorso la Giunta per le Immunità del Senato ha detto no al processo contro Matteo Salvini, respingendo la richiesta del Tribunale dei ministri di Palermo di rinviare a giudizio il leader leghista per sequestro di persona. La negata autorizzazione a procedere, in questo primo verdetto, è un fatto rilevante che occorre però leggere e contestualizzare ricordando l’episodio che lo scorso agosto ha scatenato il caso.

Dunque, parliamo di 150 persone. Donne, uomini e bambini, fuggiti dalla Libia e dalla ferocia dei campi di prigionia, e soccorsi dopo diverse ore in mare dalla ong Open Arms.
Com’era pratica consolidata in quei mesi, per 19 giorni, l’allora ministro dell’Interno ha negato alla nave di soccorso spagnola, l’ingresso nel porto di Lampedusa con l’ennesimo disumano braccio di ferro mediatico, consumato a suon di tweet sulla pelle di naufraghi esausti e debilitati, una cui parte è stata fatta sbarcare nel corso delle settimane, con un prolungato stillicidio di evacuazioni mediche.

Un nuovo spettacolo di prepotenza politica verso esseri umani indifesi, cui tutti noi abbiamo assistito increduli. Ripetute prove muscolari finalizzate ad alimentare la quotidiana propaganda leghista, sulla pelle di persone a cui il diritto internazionale avrebbe garantito lo sbarco in un porto sicuro ‘senza alcun ritardo’.

E’ importante sottolinearlo: la negata autorizzazione a procedere contro Salvini non è solo un fatto politico, come il dibattito di questi giorni sembra suggerire. E’ un errore raccontarla in questo modo per giustificare strategie e tatticismi di partito. Parliamo di una questione che invece ha drammaticamente a che fare con persone, esseri umani. Con i loro diritti inalienabili e con i doveri cui un Paese civile come il nostro, dovrebbe adempiere. E se quei doveri, principi fondativi della nostra Costituzione, vengono meno è giusto che se ne risponda nelle sedi opportune.

So cosa accade nel Mediterraneo. L’ho visto con i miei occhi e l’ho visto negli occhi delle persone che abbiamo soccorso e che, nel corso di viaggi spaventosi, hanno perso il controllo della loro vita. Ho visto i segni degli abusi e delle violazioni perpetrati dai trafficanti e di fatto favoriti da un’Europa miope in tema di politiche migratorie. Un’Europa, che insieme all’Italia, ha scelto di esternalizzare le frontiere firmando accordi scellerati con un Paese in guerra come quello libico.

So anche cosa significa rinunciare al privilegio dell’immunità.

Quando la procura di Agrigento ha aperto un’indagine nei miei confronti e del comandante Tommaso Stella per aver salvato, da capo missione di Mediterranea Saving Humans, 59 persone alla deriva, ho subito comunicato ai magistrati che avrei rinunciato a tutte le mie prerogative da Parlamentare. L’ho fatto perché credo di aver agito nel rispetto della legge e della mia coscienza. Ma anche perché sono convinto che chi ha una responsabilità politica debba sempre rispondere delle proprie azioni, senza scappare dai processi abusando dell’immunità.

Se Salvini ritiene di aver agito correttamente affronti il processo come, insieme a me, stanno facendo i comandanti e i capi missione delle Ong che salvano vite nel Mediterraneo.

La politica non si deve e non si può sostituire alla Giustizia. E’ compito dei magistrati accertare se qualcuno ha con la sua condotta leso i diritti di altre persone anche se questo qualcuno è un ministro della Repubblica. Nessuno è al di sopra della legge.

La politica deve essere innanzitutto uno strumento di protezione della vita delle persone.
La pandemia ce l’ha ricordato con una certa violenza: in questi mesi di emergenza stanno venendo a galla, ancora più nitide, disuguaglianze profonde che rischiano di alimentare le fratture del nostro tessuto sociale. Strumentalizzare la sofferenza delle persone contrapponendo gli interessi delle fasce di popolazione più deboli a quelle degli ultimi per lucrare un po’ di consenso sulla paura è un atto irresponsabile e pericoloso. Soprattutto in un momento come questo.

Il nostro ruolo dev’essere, mai come ora, cucire insieme i lembi delle parti più lontane della nostra società, per avvicinarle e ridurne le distanze. Verremo fuori da questa crisi solo se sapremo riscoprire il valore della solidarietà, ricostruire a partire dalle comunità e dalla loro capacità di resilienza. Non combattendo gli uni contro gli altri.

Nessuno si salva da solo!

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