Da un lato c’è la gestione del risparmio degli italiani, dall’altro un patrimonio in titoli di Stato nazionali di tutto rispetto. Con queste premesse, Generali rappresenta per la politica romana uno degli ultimi forzieri che il Paese non può permettersi di perdere. Il gruppo triestino gestisce 468 miliardi di investimenti. In pancia ha 176 miliardi di obbligazioni governative. Di queste oltre sessanta miliardi sono titoli di Stato italiani. Quanto basta per far stare in allerta il governo che in queste ore osserva da vicino le grandi manovre in atto sul Leone di Trieste e sul suo principale azionista, Mediobanca.

Con particolare attenzione alle mosse di Leonardo Del Vecchio: il fondatore di Luxottica vorrebbe infatti aumentare la sua partecipazione nel capitale di Piazzetta Cuccia portandola dal 10 al 20 per cento. Il motivo? È in corso un riassetto finanziario tra Francia e Italia che passa per Mediobanca la quale, parafrasando le parole del suo fondatore Enrico Cuccia, non è nulla senza le Generali. La posta in gioco è quindi il controllo della compagnia triestina che da sempre fa gola ai francesi di Axa.

Da decenni, proprio il Leone di Trieste è infatti al centro di una battaglia tra Francia e Italia inaugurata dallo stesso Cuccia con l’ingresso della francese Lazard nel capitale di Mediobanca sin dalla quotazione in Borsa nel 1958. Da allora i soci francesi di Piazzetta Cuccia non hanno mai smesso di sognare l’ “annessione” della compagnia a lungo presieduta dall’ex banchiere di Lazard, Antoine Bernheim. Non senza sfruttare la finestra privilegiata nell’azionariato del crocevia degli affari milanesi per mettere a segno dei raid francesi in Italia come ad esempio quello di Vincent Bolloré su Telecom Italia e Mediaset.

Negli anni la bandiera della compagnia è stata però sempre garantita da un nocciolo duro di soci italiani nel capitale di Piazzetta Cuccia. Fra questi Unicredit, che tuttavia a novembre dello scorso anno ha ceduto l’intera partecipazione (l’8%) detenuta in Mediobanca. L’operazione, realizzata dal francese Jean Pierre Mustier, ha riaperto le danze sul futuro di Piazzetta Cuccia e del Leone di Trieste. E ha nuovamente risvegliato l’attenzione di Intesa che nel gennaio 2017 tentò di mettere le mani sulla compagnia triestina con un’operazione che venne bloccata dall’amministratore delegato delle Generali, il francese Philippe Donnet.

Ma destò grande interesse nella politica romana perché l’unione della prima banca italiana e della compagnia triestina avrebbe portato alla nascita di un colosso del risparmio gestito da 800 miliardi. L’operazione sarebbe peraltro arrivata ad una manciata di giorni dalla decisione di Unicredit di vendere la società di gestione Pioneer alla francese Amundi. Un boccone amaro per Roma: “Il governo aveva addirittura approntato un muro per evitare che Pioneer, la società del risparmio gestito di Unicredit finisse, come poi sta finendo, ai francesi di Amundi – ricorda La Repubblica del 19 dicembre 2016 -. La cordata di Poste-Anima-Cassa depositi e prestiti era considerata l’ultimo baluardo contro l’invasione, dopo che sia Generali sia Intesa Sanpaolo, per motivi diversi, avevano rinunciato fin dalle fasi preliminari. Ma è andata male”.

È a questo punto della storia, nel pieno della crisi economica post Covid, che Del Vecchio ha deciso di sferrare un nuovo assalto attraverso Mediobanca. L’esito dell’operazione è tutto da scrivere, ma c’è chi è pronto a scommettere che il patron di Luxottica si muova in sintonia con i francesi, assieme a Unicredit e all’editore del Corriere della Sera, Urbano Cairo. Sul fronte opposto ci sarebbero invece Intesa, Unipol e la stessa Mediobanca per una grande operazione di sistema. L’obiettivo? Mantenere in casa non solo la fiorente attività di gestione del risparmio italiano e mantenere il controllo di una compagnia che investe massicciamente in titoli di Stato italiani.

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