Quando nel 2019 scoppiò il caso “Palamara” ancora non potevamo immaginarci quale sarebbe stata la portata dell’inchiesta e quanti sarebbero rimasti coinvolti (pur da non indagati) per aver mantenuto rapporti con l’allora magistrato più potente d’Italia.

Da quello che risulta, leggendo le intercettazioni e gli articoli pubblicati sulla vicenda, il numero del telefonino di Luca Palamara era memorizzato nella rubrica del cellulare di molti suoi colleghi e non solo, e squillava in continuazione. C’era chi faceva riferimento a lui perché spingesse per ottenere l’assegnazione di una sede giudiziaria o la presidenza di una sezione ambita. Un attore famoso si confidava e chiedeva consiglio perché magari coinvolto in un procedimento penale. Palamara stesso chiedeva al direttore generale Baldissoni i biglietti per la partita della Roma. Ci sono altre intercettazioni che i giornali stanno pubblicando in questi giorni che, seppur non oggetto di contestazione penale, ci descrivono la sua influente rete di relazioni e di importanti interlocutori.

Che all’interno della magistratura vi fossero sempre state delle “correnti” attraverso le quali si potesse decidere la carriera professionale di un suo componente era cosa risaputa. Voci che da anni giravano nei corridoi degli addetti ai lavori ma che, per chi stava dall’altra parte, tali erano rimaste. Fino a quando non è scoppiata l’inchiesta su Palamara. Ed è emerso un metodo di assegnazione degli incarichi più politico che meritocratico.

La pratica delle “raccomandazioni” scopertasi così diffusa anche in alcuni ambiti della magistratura, la presenza di illustri personaggi che, pur non legati da rapporti di colleganza, ruotavano attorno alla figura dell’ex presidente dell’Anm, pongono invece importanti interrogativi sull’utilizzo improprio della funzione giudiziaria. E’ inevitabile per un cittadino oggi domandarsi, dopo aver letto le notizie sull’inchiesta, se non vi siano altri casi Palamara, magari minori, in Italia. Quanti potrebbero aver usato la propria funzione e il proprio potere per raggiungere vantaggi e/o colpire i propri avversari?

Non mi si fraintenda. Esistono tantissimi magistrati perbene, integerrimi e fuori da ogni logica correntizia che non distribuiscono favori e, consci del proprio ruolo, non ne fanno e non farebbero mai un uso improprio. Ma l’inchiesta Palamara, e non solo quella (vedi ad esempio la recentissima vicenda del Procuratore capo di Taranto), offre una brutta immagine della magistratura italiana. La cronaca ci racconta le distorsioni interne al potere giudiziario e, il cittadino, oggettivamente, non è in grado di fare dei distinguo dopo avere appreso che per anni vi è stato un utilizzo improprio quando non illecito, della propria funzione da parte di alcuni magistrati. E ciò non fa altro che alimentare la sfiducia in una giustizia che oggi purtroppo è oggetto di strumentalizzazioni politiche.

Nell’ultima puntata di Piazzapulita si è dibattuto ancora una volta, Piercamillo Davigo da una parte e l’avvocato Caiazza dall’altra, di separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti. Una riforma di cui si parla da anni e di cui se ne parlerà più concretamente nei prossimi giorni ma che non credo sarà sufficiente a risolvere del tutto il problema. Perché, e qui mi ricollego all’intervista rilasciata al Il Giornale dall’avvocato di fama Franco Coppi, il problema della giustizia non è solo di correnti e di separazione di carriere, ma è prima di tutto un problema di uomini. Uomini ai quali chiediamo “correttezza e imparzialità”.

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