L’aggressore ha colpito per uccidere. Due fendenti violenti e atroci. Il primo sferrato all’inguine, il secondo all’addome. N.M., 17 anni, studente e incensurato è crollato a terra in una pozza di sangue. Con l’adolescente si trovava Carlo L., 30 anni che ha tentato di difenderlo beccandosi anche lui una coltellata. Nonostante la ferita ha soccorso il 17enne sulla sua Audi Q3 e guidato fino al pronto soccorso dell’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia.

Le condizioni di N.M. sono apparse disperate, i medici non hanno potuto fare granché. Il giovane è morto qualche minuto dopo il ricovero. Follia, follia e ancora follia. Sembra la scena di un film pulp. È accaduto in via Vittorio Veneto a Gragnano, comune dei Monti Lattari, a qualche chilometro da Napoli. Occorre capire e spiegare.

La vittima abitava a Pimonte, un piccolo Comune, poco più di seimila abitanti e non molto distante da Gragnano dove di solito si concentra la movida. Una discussione tra ragazzi, la lite poi la rissa. Una escalation di violenza immane. Le indagini sono affidate agli uomini della Questura di Napoli e del commissariato di zona e coordinate dalla Procura minorile di Napoli. Si cercano riscontri, sono stati acquisiti i filmati di alcune telecamere. Occorre ricostruire i fatti e tentare di identificare i protagonisti della scena del delitto.

Sembra, insomma, una tragica scazzottata finita male. È la violenza da post quarantena da Covid-19, forse. Aggressività e arrabbiatura da sfogare. Accade in questi fini settimana da fase 2 in giro per l’Italia. Ma così forse non è. Sulla vicenda di Gragnano stanno operando anche i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. La vittima N.M. è nipote del boss ergastolano Nicola Carfora detto ‘o fuoco, fratello della mamma del giovane.

Il nome di Carfora è legato all’uccisione dell’imprenditore caseario Michele Cavaliere, vittima innocente della criminalità organizzata. Una brutta storia che ha segnato la storia recente di Gragnano. L’agguato scattò il 9 novembre del 1996 alle 4 del mattino. I killer in motocicletta attesero sotto casa Michele Cavaliere, l’uomo come ogni mattina si recava nel suo caseificio. Fecero fuoco.

Massacrarono a pistolettate un uomo solo e indifeso. Soccorso e trasportato in ospedale, morì il 12 dicembre successivo, senza mai uscire dal coma. Dal 2002 la stradina dove abitava l’imprenditore porta il suo nome, e nel 2008 il Comune vi ha posto una lapide che recita “Via Michele Cavaliere, vittima della camorra a seguito dell’infame agguato messo in essere la mattina del 19 novembre 1996”.

Per quell’omicidio è stato condannato all’ergastolo Nicola Carfora, boss dell’omonimo clan di Gragnano, ritenuto il mandante. L’ imprenditore, come molti altri in quel periodo nella zona di Gragnano, aveva subito una richiesta del racket. Erano andati a chiedergli soldi nel nome e per conto di Nicola ‘o fuoco. Cavaliere non ci pensò neppure un attimo. Denunciò l’accaduto, fece nomi e cognomi di chi voleva estorcergli il denaro. Un affronto grave da pagare con la vita.

Quel gesto coraggioso poteva aprire la strada a una vera rivoluzione degli altri imprenditori. Una storia dimenticata. Sotterrata. Tanto è vero che Gragnano, un territorio di eccellenze, è stato anche sciolto per camorra nel 2012. Negli stessi giorni del lavoro della commissione d’accesso, il cantante neomelodico Rosario Miraggio, durante il concerto di chiusura per i festeggiamenti della Madonna del Carmelo, prima di esibirsi dal palco lesse un messaggio di saluto e di augurio di “una presta libertà” rivolto proprio all’indirizzo proprio del boss Nicola Carfora, ‘o fuoco, zio dello sfortunato 17enne ammazzato a coltellate stanotte.

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