La politica italiana post-Covid va avanti a forza di scene madri. Non s’era spenta l’eco dello scontro notturno sull’ennesimo Dpcm fra premier Conte e governatori regionali che è subito scoppiata la gazzarra parlamentare sulla sanità lombarda. Sanità che merita di essere denunciata in tutte le sedi competenti, anche giudiziarie, ma non di essere usata per provocazioni a freddo, con il solo scopo di incanaglire ulteriormente i rapporti fra maggioranza e opposizione. Registriamo però che solo a questo serve ormai il Parlamento: alle imboscate e all’intrattenimento di massa.

Proviamo a volare più in alto? Proviamo. Gli editori, nonostante i dipendenti in cassa integrazione, ricominciano a far uscire libri: quelle cose con le pagine tutte scritte, sapete, a volte senza neppure una figura. Io preferirei parlare dell’autobiografia di Woody Allen, specie della battuta, scritta prima del Covid, “C’è chi vede il bicchiere mezzo vuoto. Io ho sempre visto la bara mezza piena”. Invece, darò qualche dritta su due libri appena usciti, entrambi aggiornatissimi, serissimi e documentatissimi, pure troppo, entrambi dedicati alla crisi della democrazia, ma che indicano soluzioni opposte per uscirne.

Il primo, di Guido Gili e Massimiliano Panarari, Credibilità politica. Radici, forme, prospettive di un concetto inattuale (Marsilio, 2020), s’interroga sulle sorti di una grande scomparsa: la credibilità. Pensate solo ai paesi in cima alla classifica dei contagi – Stati Uniti, Russia, Brasile, Regno Unito – tutti governati da personaggi letteralmente in-credibili, che hanno fallito su tutta la linea eppure domani, magari, saranno rieletti.

Gli autori sono perfettamente consapevoli che funziona così: stai sempre in tv e sui social, e sarai sempre in vantaggio, anche se combini disastri. Il libro propone appunto di uscire da questo gioco crudele rivitalizzando la società civile, i corpi intermedi, il pluralismo, sperando che di lì vengano i nuovi politici, meno in-credibili degli attuali.

Il secondo libro, di Luigi Di Gregorio, Demopatia. Sintomi, diagnosi e terapie del malessere democratico (Rubbettino, 2020), è più radicale: le democrazie contemporanee soffrono di demopatia, grave malattia degenerativa e autoimmune che colpisce il cuore stesso della democrazia, il popolo. Altro che cambiare i politici: bisognerebbe cambiare il popolo.

Di Gregorio prende molto più sul serio di Gili e Panarari i guasti provocati dai media ma punta a quella che chiama “democrazia dell’immaginario”: smentire le fake news non basta, bisogna rendere attraente la verità. Vasto programma: ad esempio, bisognerebbe far capire a ognuno di noi quanto starebbe meglio senza il debito pubblico che grava su noi tutti.

La sintesi è brutale, ma spero renda giustizia a entrambi i libri e alle loro differenti terapie: rispettivamente, uscire dall’incantamento dei media puntando sulla società civile, o restarci dentro ma volgendolo al bene. Terapie entrambe condivisibili, forse persino compatibili fra loro.

In realtà, in un libro uscito poco prima, che mi guardo bene dal citare, sostengo tesi simili a quelle di Di Gregorio, solo un filino più radicali. Quella che lui chiama demopatia io lo chiamo populismo mediatico, e lo considero l’ambiente vitale della democrazia, che va difeso come ogni altro ambiente, regolando i media.

Ma la democrazia non è in crisi oggi, lo è da sempre, perché, come aveva capito Norberto Bobbio, fa promesse che non può mantenere. Neppure il greco demokratia significava governo del popolo, cioè di tutti, ma potere della folla, della massa, del popolino. L’unica democrazia possibile è quella rappresentativa, liberale, costituzionale, pluralista, in cui il popolo controlla i governanti che elegge e li cambia quando fanno disastri.

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