di Enrico Picone

Ripropongo una questione affrontata di recente su alcuni quotidiani italiani: quale sarà l’impatto del dramma Covid-19 sulle arti? E come è possibile misurarlo? Domande che non sorgono spontanee perché interrogano il futuro, e mai come adesso abbiamo sofferto una visione così precaria e distorta del domani.

Si tende a guardare non oltre i prossimi due anni, un intervallo di tempo in grado di contenere tutte le plausibili misurazioni economiche e monetaristiche. E le arti? Di cosa possiamo servirci per misurare l’impatto della pandemia sull’animo degli artisti di oggi, e perché no di quelli in cui tanto dolore ha animato la sensibilità poetica oltreché una personalissima “cognizione del dolore”?

Non a caso ritengo necessario richiamare Gadda, perché il dolore è a mio avviso il solo modo di misurare l’arte. La questione del dolore generazionale è stata posta ai Millennial, assumendo non di rado la forma di un rimprovero per non aver patito il dolore della generazione precedente. E’ oggettivamente innegabile, ma non per questo se ne può fare una colpa. Tuttavia, il dolore patito dalla generazione di Hemingway e Céline, che Gertrude Stein ribattezzò lost generation, ha lasciato in eredità una delle più sublimi tracce del genio umano.

Il dolore ricorre non solo come discriminante della letteratura, da preferire a opere che Céline snobberebbe impietosamente considerandole operette “che puzzano di gratuito”, ma può anche essere una misura dell’arte che verrà. Vasco Rossi ha detto di non riuscire a scrivere più nulla, e questo ci dice molto a riguardo. Ma noi amanti delle Lettere e della musica, del cinema e delle arti figurative, ci auguriamo di ricevere un domani il dono dell’artista sensibile, o sensibilizzato dalla tragedia che ad oggi viene contabilizzata sulla base dei quasi cinque milioni di morti in tutto il mondo, in gran parte baby boomer e persone nate intorno al 1925-1945.

Ma ciò che conta non è il catalogo delle generazioni, ma la loro memoria storica. E questo è un dolore che ci deve accomunare tutti, in quanto testimoni sensibili e (più o meno) consapevoli. In Italia, ci hanno lasciato uomini e donne che nascevano in un Paese devastato dal conflitto, godevano del rilancio economico, ridevano con Totò, guardavano Fellini mentre scriveva tra le più autorevoli e mai banali pagine della storia del cinema.

Uomini e donne cresciute sotto il monopolio culturale della sinistra e che non sapevano bene cosa pensare di Giuseppe Berto, che facevano la conoscenza del terrorismo con gli anni di piombo e le stragi di mafia. Sulla base di tutto questo si potrebbe ponderare sulla dignità artistica degli autori che hanno convertito le memorie e i dolori in lettere e in musica. Ma due nomi su tutti dovrebbero essere sufficienti a decretare il riconoscimento universale e indiscutibile di cosa quella generazione ci ha lasciato: Pasolini e De André.

Il Covid-19 è il dolore che più da vicino ha riguardato i Millennial d’Occidente. Il terrorismo islamico ha generato paura e sentimenti discriminatori, i flussi migratori ci hanno immortalato in momenti di acutissima sensibilità solo in occasione di foto estratte casualmente dall’urna della tragedia come quella del piccolo Aylan, destinate ad essere archiviate per lasciar spazio a un sentimento crescente di intolleranza, non a un sentimento di pietà per l’Oriente che si sgretola.

Quest’anno abbiamo visto l’esercito mobilitarsi per trasportare le bare, dall’Ecuador ci sono giunte le immagini dei corpi ammassati per le strade come vecchi materassi. Ogni generazione ha dunque il suo dolore e le sue arti. Uniti, nel dolore e nell’arte che verrà, siamo chiamati a non dimenticare. In fondo, l’arte è utile anche a questo. Mi appello così gli artisti, ricordando loro le parole di Rilke: “Noi, che sprechiamo i dolori. Come li affrettiamo mentre essi tristi, durano, a vedere se finiscono, forse”.

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