Erling Håland corre verso la bandierina del calcio d’angolo con l’indice della mano sinistra alzato. I suoi compagni di squadra lo inseguono, gli si avvicinano e poi, quando stanno per saltargli addosso, si bloccano. Non possono toccarlo. Devono restare a distanza di sicurezza. Anche se l’attaccante norvegese ha appena segnato il gol che ha portato in vantaggio il Borussia Dortmund nel derby della Ruhr contro lo Schalke 04.

Gioia castrata dal protocollo sanitario, emozioni sterilizzate dal un regolamento tutto nuovo. Eppure il primo calcio di questa pandemia, che poi corrisponde alla ventiseiesima giornata di Bundesliga, è riuscito a grattarsi via di dosso la ruggine e a dimostrare di non essere poi troppo diverso da quello che ricordavamo. Un po’ per virtù, un po’ per vizio. Perché l’avversario più temuto alla vigilia era il famigerato regolamento di quaranta pagine che avrebbe dovuto trasformare gli stadi in ambienti asettici, tanto dal punto di vista sanitario quanto da quello emotivo.

Un timore che, al fischio finale, si è rivelato infondato. Almeno parzialmente. Perché il calcio è assembramento continuo, un corpo a corpo costante. E la sua stessa definizione, quella di sport di contatto, ha finito per amplificare le contraddizioni del protocollo. Vietati gli abbracci dopo un gol, consentiti quelli sui calci d’angolo per ostacolarsi reciprocamente. Nessuna mascherina su naso e bocca degli allenatori, ma tassativamente necessaria sul volto dei loro vice. Seggiolini delle panchine distanziati di almeno un metro e mezzo, ma tutti cordialmente appiccicati in barriera. Niente scambi di maglia al fischio finale per evitare la trasmissione del virus tramite il sudore. E poco importa se per tutti e novanta i minuti quelle stesse maglie hanno pulito bocche e asciugato occhi per poi spalmarsi contro la schiena dell’avversario di turno.

Il primo calcio giocato durante la pandemia ha offerto momenti grotteschi. Ci ha risparmiato i cartonati dei tifosi assiepati sulle tribune, non la gol song lasciata rimbalzare sugli spalti vuoti. Ci ha mostrato Hazard esultare davanti a un muro giallo molto diverso, una curva fatta non più di ossa, di carne e di voci che si fondono insieme, ma di spoglio cemento. Ci ha fatto vedere le squadre scendere in campo a turno per poi aspettare per minuti interminabili l’arrivo dell’arbitro, ripreso a camminare negli spogliatoi con la mascherina chirurgica. Ci ha fatto ascoltare voci estranee senza farci capire la loro provenienza. Ci sono stati sputi a terra non sanzionati dal tanto minacciato cartellino giallo, abbiamo visto l’abbraccio proibito di Ibisevic a Cunha dopo un gol dell’Hertha Berlino e addirittura un bacio scoccato da Thuram sulla guancia di un compagno durante Borussia Mönchengladbach-Eintracht Francoforte.

Il primo calcio giocato durante questa pandemia è passato attraverso il colino del protocollo sanitario e ha perso molti dei suoi orpelli, della sua sovrastruttura. Ci siamo ritrovati a osservare qualcosa di molto diverso da quello a cui eravamo abituati. E in qualche modo ci è piaciuto, ci ha fatto capire che il calcio ci è mancato più di quanto pensavamo, più di quanto eravamo disposti ad ammettere. Il gol di Erling Håland è diventato inevitabilmente il simbolo di questa giornata. Perché è stato il primo, certo. Ma anche perché ci ha fatto notare che l’attaccante del Borussia Dortmund ha ripreso esattamente da dove aveva lasciato, come a dimostrare che effettivamente il passato può diventare futuro.

Questa prima giornata di Bundesliga è stata un cerotto su una ferita che ancora non è rimarginata del tutto, ha regalato gol e speranza. Il campo ha espresso i suoi verdetti, ora bisogna aspettare quelli dei test sanitari. Solo allora sapremo se questo sabato di calcio è stato l’ultima goccia in fondo alla borraccia o l’inizio di una nuova abbondanza.

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