Anche La casa di carta deve inchinarsi a Michael Jordan. La serie tv The Last Dance, otto ore divise in dieci episodi per raccontare vita e miracoli (sportivi) della stella dei Chicago Bulls, batte l’heist movie spagnolo e diventa la più vista di sempre su Netflix dagli abbonati italiani. Il documentario non è ancora stato interamente trasmesso (lunedì 18 usciranno le ultime due parti) ma i numeri diffusi dalla piattaforma di streaming a pagamento non lasciano dubbi: ‘Mike’ ha colpito ancora trasformando in oro un prodotto che lo vede come protagonista o uomo immagine. In passato furono la franchigia di Chicago, i drink Gatorade e le scarpe Nike, adesso tocca alla docu-serie prodotta da Espn.

Pensata per chiudere una stagione Nba che, complice la pandemia, è ancora in stand-by, l’uscita di The Last Dance è stata anticipata e, in periodo di lockdown, gli episodi sono diventati uno dei principali intrattenimenti da sofà per appassionati di basket, ma non solo. Lo raccontano i dati di ascolto e la storia stessa di Jordan, prima icona pop-sportiva globale e qui filo narratore delle gesta dei suoi Chicago Bulls e dei sei titoli Nba conquistati.

Nella serie come in campo, attorno ai racconti di Michael, giocatore che ha reso globale il basket americano negli anni Novanta, ecco comparire tutti gli protagonisti dell’epopea dei Bulls. Da Scottie Pippen ‘sottopagato’ alle bizze di Dennis Rodman fino ai discorsi motivazionali di coach Phil Jackson, l’uomo che decise di chiamare The Last Dance l’ultima stagione insieme dei grandi talenti finendo per dare il nome anche alla serie televisiva a distanza di 22 anni dall’ultimo ballo.

Sfruttando l’autorizzazione allora concessa a una troupe per seguire quell’ultima stagione dei Bulls fin dentro gli spogliatoi, il regista Jason Hehir ha mescolato immagini d’epoca mai utilizzate e interviste fiume con i protagonisti tirando fuori un racconto di epica cestistica, ma anche di cultura pop e costume raccontando retroscena e dietro le quinte della carriera di uno personaggi sportivi più conosciuti al mondo. Lo ha fatto senza filtri, mettendo in vista anche il lato umano – e vulnerabile – di Jordan.

“Quando le persone vedranno quei filmati, non sono sicuro che saranno in grado di capire perché ero così aggressivo, perché ho fatto le cose che ho fatto e perché ho detto le cose che ho detto”, ha detto il numero 23 dei Bulls prima dell’uscita di The Last Dance. Magari non ha capito, ma di certo il pubblico ha deciso di ascoltarlo affascinato ancora da quel Be Like Mike, che grazie al corpo del mito fece la fortuna di Gatorade e di Nike negli anni Novanta.

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