Il solito, spavaldo, Elon Musk. Che annuncia con un tweet (e poi lo fa veramente) la riapertura dell’impianto di produzione di Fremont, in California, nonostante le autorità locali avessero protratto il lockdown da Coronavirus per un’altra settimana. Un lockdown da lui stesso definito, nei giorni scorsi, “fascista”.

Da ieri, dunque, la fabbrica che sforna i modelli elettrici dell’azienda californiana, ha ricominciato la sua attività. Iniziativa preceduta il 9 maggio da una causa intentata alla Contea di Alameda, sul cui territorio l’impianto insiste, che aveva disposto un ritorno alle normali attività manifatturiere a partire dal 18 maggio. Data che segnerà il riavvio anche delle storiche fabbriche in Michigan delle Big Three, ma contestata dal vulcanico tycoon sudafricano, che aveva anche minacciato di chiudere il suo stabilimento californiano e aprirne uno in Nevada o in Texas.

“Oggi Tesla ricomincia la produzione, contro le regole della Contea di Alameda. Io sarò in linea con tutti gli altri. Se qualcuno viene arrestato, chiedo di essere solo io”, ha twittato Elon Musk. In quella che ai commentatori americani sembra tanto una presa di posizione che tende a coinvolgere anche la politica, dal momento che quella di Fremont è l’unica fabbrica Tesla su suolo americano e dà lavoro a circa 10 mila operai.

Oltre a questo, c’è il timore da parte di Musk del forte impatto che il Covid19 avrà sui conti dell’azienda, che da nove mesi a questa parte stavano dando segnali di ripresa, dopo anni di rosso. L’ultima trimestrale aveva infatti evidenziato un utile di 16 milioni di dollari, con la Model 3 sugli scudi per quanto riguarda i riscontri commerciali ngli Usa e in Europa.

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