Come molti miei amici di Facebook, sono anch’io tentata di cancellare dal mio universo social gli autori di commenti vergognosi su Silvia Romano. Ma sono contro la censura. Forse è meglio saperlo quali sentimenti si celano dietro gli hater della rete. E allora anche questa volta voglio raccontare una storia, per molti versi simile a quella di Silvia e anche più estrema. È la storia di Micaela De Gregorio, che lei stessa ha raccontato qualche tempo fa sul blog ‘Tracce volanti’, ma anche quotidianamente attraverso i social.

Nel 2013, a 45 anni, Micaela decide di aiutarli a casa loro, in Africa. Una scelta che è frutto della mancanza di opportunità che l’Italia le offre e della convinzione che l’Occidente “debba riparare ai danni e alle razzìe fatte nel passato nei confronti dell’Africa con secoli di colonizzazione e guerre, schiavitù e Apartheid”. L’anno dopo vende il suo monolocale a Milano e inizia la sua missione di volontariato a Likoni, nel distretto di Mombasa, Kenya. E convive con il rischio dei sequestri da parte di terroristi, ma anche con i bambini dei due orfanotrofi dove trascorre circa tre anni. Quello che ha, Micaela lo investe nella costruzione di un dormitorio, così che ogni bambino possa avere il suo letto e, nel frattempo, avvia raccolte di fondi.

Nasce l’organizzazione no profit Likoni Yetu. Dà il via a una serie di progetti per cercare di aiutare le famiglie, affinché i bambini restino accanto ai genitori. Si inventa ‘Adotta un Pasto’, per dare un pasto a base di carne a 13 famiglie di Likoni, circa 45 bambini. Fa la spesa e ogni due settimane cucina lei stessa il ragù, per poi consegnarlo casa per casa, direttamente nelle mani dei bambini. E qui, proprio casa per casa, cerca di rendersi conto delle condizioni dei più piccoli. Se sono malati, malnutriti, abbandonati. Cerca sostegni a distanza per loro, paga le scuole, compra scarpe e materiale per la scuola, pensa alla formazione delle mamme.

Micaela parla anche dei rischi quotidiani. Della paura di trovarsi già alle 18.30 al buio, nelle strade senza luci di Likoni, degli spari sulla gente, dei manifesti con le foto dei terroristi ricercati vivi o morti. Della paura per la sorte di Silvia Romano. “Le polemiche (sul sequestro, nda) – spiega al blog – mi hanno fatto letteralmente vomitare, ma del resto l’Italia sta vivendo, a mio avviso, un momento tale di intolleranza, razzismo ed ignoranza che mi vergogno quei pochi mesi che sono a Milano tra un visto e un altro”.

Poi arriva il Coronavirus. Anche in Africa. E arriva in un contesto pieno di bambini sieropositivi, casi di tubercolosi, malaria, tifo. Dove già prima del Covid-19 si poteva morire di una polmonite. Micaela stessa ha preso tre volte la malaria. Si impegna per cercare di far arrivare igienizzante, termometri e antipiretici. A marzo 2020 ha la possibilità di tornare in Italia, ma decide di non farlo. Rimane in quarantena, nella sua casa di Likoni.

Chissà che gioia avrà provato, lei, per la liberazione di Silvia Romano. Chissà cosa avrà pensato dei commenti. Non lo sapremo mai dalla sua voce, perché è morta proprio nelle stesse ore in cui Silvia veniva liberata, a causa di alcune complicazioni in un’infezione intestinale. Se n’è andata così. Lavorando, facendo, sognando. L’ultima consegna del ragù ai bambini il 29 aprile. Tranquilli, nessun riscatto. Likoni era e resterà la sua casa. Lei voleva rimanere lì.

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