Con l’annuncio del mancato rinnovo contrattuale di Vettel si chiude un altro ciclo in Ferrari. Il tedesco arrivato a Maranello sulle ali dell’entusiasmo aveva illuso di poter fa rivivere le emozioni di un altro tedesco, Michael Schumacher… ma non è andata per niente così. Lascio spazio, in questa mia pagina blog, al Capo Redattore di F1Sport.it per un’analisi forse più obiettiva della mia, che ho sempre visto in Vettel un pilota sopravvalutato e non capace di fare la differenza come altri

di Francesco Svelto

La vicenda del rinnovo tra Sebastian Vettel e la Ferrari è stata quella che più ha infiammato tifosi e addetti ai lavori in questo periodo di stop drammatico per il mondo intero e anche per la F1. E alla fine l’ufficialità è arrivata e, siamo sicuri, l’epilogo non è quello che in tanti speravano.

Vettel e la Ferrari si separeranno dopo quasi sei anni, dopo quei tanti proclami d’amore manifestati sin dal primo giorno, quel 29 novembre 2014 in cui il tedesco, con fierezza ed entusiasmo quasi infantile (nel senso più positivo del termine) sfoggiò un casco tutto bianco dedicato a quell’evento cosi importante per la sua vita. Fu un test, un semplice test a Fiorano, su pista bagnata e con una macchina di due anni prima. Ma l’atmosfera era magica, per lui e per i ferraristi. Colui che doveva riportare il titolo mondiale a Maranello, colui che seguiva le orme dell’ultimo indiscusso re e dominatore di Maranello, un tale Michael Schumacher, era finalmente arrivato.

In cinque stagioni agonistiche pochi lampi, alcuni di questi molto emozionanti e significativi, ma anche tante, troppe, delusioni. Una macchina certamente quasi mai all’altezza della corazzata Mercedes, l’avversario più tosto con cui si potesse combattere, ma anche tanti errori individuali da parte del tedesco. La Ferrari si è trovata a dire il vero nelle condizioni di poter quantomeno rendere difficile la vita ai tedeschi di Stoccarda. E’ capitato nel 2017 e nel 2018. E da allora è iniziato il vero declino di Vettel – o almeno della sua storia con la Ferrari.

Tanti, troppi errori, soprattutto due anni fa, che hanno portato Vettel a sciupare quello che stava conquistando con tenacia, lavoro e fatica, ovvero tanti punti e una vetta mondiale. Abbiamo stimato in 60 punti iridati il bottino sciupato dal tedesco a causa dei numerosi errori (clamorosi quelli in Germania e in Italia, manco a farlo apposta “casa sua” e “casa nostra”, tanto per usare termini a lui cari). Se pensate che a fine anno Hamilton ha chiuso a 408 punti e Vettel a 320, beh fatevi due conti… E’ facile trarne le giuste conclusioni.

Ma quell’anno in particolare è stato come un rigirare ancora di più crudelmente il coltello in una piaga di Vettel, aperta forse da sempre e che forse non si potrà rimarginare mai, essendo – a questo punto è lecito pensarlo! – una sua caratteristica innata: il non saper reggere la pressione e la sofferenza nei corpo a corpo.

Quell’anno, il 2018, abbiamo visto Vettel iniziare un processo di flessione mentale e prestazionale il cui colpo di grazia è capitato l’anno scorso con l’arrivo di Leclerc in Ferrari. Sappiamo tutti la veemenza, lo spirito combattivo e le caratteristiche del monegasco. L’anno scorso è stato emblematico: Leclerc e la Ferrari sono riusciti a vincere anche a Monza, al primo tentativo.

E’ stato lì che forse Vettel ha iniziato a capire che la sua avventura in seno alla Ferrari potesse essere giunta al capolinea. Quando ha visto il giovane e arrembante compagno conquistare la folla di Monza mentre lui, in cinque stagioni, non vi era mai riuscito. In quell’occasione Leclerc si è preso la Ferrari e ha lasciato a Vettel un ruolo quasi da comprimario. Inaccettabile per un 4 volte campione del mondo come lui.

Poi l’inverno, la questione rinnovo e le tante domande a cui non avremo mai risposta, ne siamo certi: è vero che si voleva offire al tedesco uno status diverso? E’ vera la storia dell’ingaggio super-ribassato che suonava quasi come un insulto? Chissà.

Ad ogni modo la Ferrari si trova ora davanti a diverse difficili situazioni. La scelta del futuro pilota è forse la cosa meno problematica. Ci sono ben altri problemi che vanno al di là della line-up dei piloti e che sono di natura tecnica e gestionale. Ma ad oggi le domande su come Vettel e la Ferrari affronteranno le gare (si spera tante, ma chissà) della stagione 2020 sono legittime. Come ci si approccerà alla stampa? Che tipo di comportamento potrà avere il tedesco nei confronti della squadra e di Leclerc quando (e se) si troveranno a battagliare in pista?

L’opinione pubblica su questo divorzio sarà spaccata per sempre. Lo sappiamo. Perché in Italia oggi c’è uno strano movimento che ammira – fino all’esasperazione e agli insulti (tipici della rete e di tante “pressioni” dei media) – il pilota più che la macchina. Oggi molte persone dalle nostre parti tifano Vettel e non la Ferrari. Ed è un fenomeno strano, inusuale per la nostra terra.

Un fenomeno che ci riporta agli anni 80 quando in macchina sedeva un certo Gilles Villeneuve. Fu allora forse la prima e l’ultima volta – fino ai giorni nostri – che i tifosi ferraristi in giro per il mondo si spaccarono tra chi tifava più il pilota e chi tifava più il vessillo. E francamente, date le circostanze, oggi non ci sembra ci siano né gli attori protagonisti né i contesti per giustificare una rievocazione di quelle situazioni.

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