I Ritmo Tribale sono stati uno dei nomi di punta del panorama rock italiano, una delle espressioni più dirompenti dell’underground milanese, legato ai centri sociali degli anni 80 (il Virus di via Correggio e il Leoncavallo) e, in seguito, una delle formazioni più importanti della scena indipendente italiana degli anni 90.

In attività dal 1984, hanno indicato una strada, coniugando la lingua italiana con un sound robusto e tagliente, che attingeva all’hard rock, al punk e al metal e si apriva, soprattutto negli ultimi album (i due capolavori, Mantra del 1994, e Psycorsonica del 1995), a contaminazioni con la musica funk e la psichedelia: una band con radici hardcore e “grunge”, che ha maturato negli anni uno stile unico e personale, in bilico tra un sound di grande impatto e innesti melodici ricchi di fascino e suggestione.

I Ritmo Tribale sono stati per alcuni artisti un modello di ispirazione: solo per fare un esempio, senza di loro sarebbero impensabili gli Afterhours. Lo stesso Manuel Agnelli non ha mai fatto mistero di chi fossero i “maestri” degli Afterhours. Tuttavia, a differenza di questi ultimi e di altri gruppi come Marlene Kuntz, CSI e Timoria, i Ritmo Tribale non hanno raccolto quello che avrebbero meritato, restando confinati nello status di band di culto. Probabilmente un’inflessibile coerenza stilistica e attitudinale, il loro essere selvaggi e poco malleabili non li ha aiutati in termini commerciali; a questo si aggiunga il duro colpo subito dalla band per la fuoriuscita nel 1996 del carismatico cantante-frontman, Stefano “Edda” Rampoldi, tornato sulle scene in veste solista dopo anni di silenzio.

Dopo 21 anni dall’ultima uscita discografica – quel Bahamas (1999) che faceva i conti con l’assenza importante di Edda, allontanatosi per divergenze artistiche e problemi di tossicodipendenza – arriva un nuovo album, il settimo della loro carriera, La Rivoluzione del giorno prima (Bagana Edizioni Musicali, 2020). Si riaccende una passione mai sopita, da qui la decisione di rimettere mano agli strumenti, di registrare nuovi brani e di recuperare un filo diretto col passato, che ha anche un po’ il sapore della nostalgia.

Tranne Resurrezione show, che è un riadattamento in italiano di un brano dei Killing Joke, testi e musica sono di Andrea Scaglia, chitarra e voce del quintetto, formato anche da Fabrizio Rioda (chitarra), Andrea “Briegel” Filipazzi (basso), Luca Talia Accardi (tastiere) e Alex Marcheschi (batteria).

Il disco si apre provocatoriamente con un omaggio a un film storico, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, con la voce di Gian Maria Volonté che invoca la repressione della libertà, considerata una minaccia dei “poteri tradizionali” e delle “autorità costituite”. Prosegue con i singoli che hanno segnato il ritorno dei Ritmo Tribale: il grintoso punk rock di Le cose succedono, con un testo che è una sorta di manifesto programmatico (“Io non voglio vivere in memoria di me/Io non voglio vivere in provincia di quello che/Poteva essere ma non è stato/Io non voglio vivere come fossi mai nato”); il brano omonimo, una sorta di ironia su chi vuole cambiare tutto, ma rimanda sempre al domani e che è in fondo la storia della generazione anni ‘90; Milano muori, che vive della contraddizione tra desiderio di restare o fuggire (“Amo questa città tanto che la vorrei morta”), atto d’amore per una città assediata da un “nemico invisibile” che ha cambiato le nostre vite.

È poi la volta della stravagante follia punk/power pop di Jim Jarmusch, della cupa e ossessiva atmosfera di Cortina, con la musica di Escape-Ism (pseudonimo dietro cui si cela il progetto solista di Ian Svenonius, ex Nation Of Ulysses e Make-Up), del rock vagamente lisergico di Autunno. In chiusura i toni intimisti di Buonanotte, che riprende la stessa canzone di Mantra, con un inedito arrangiamento di Scaglia al piano.

Pur nella varietà stilistica dei nove brani in programma, i Ritmo Tribale sono tornati a graffiare come un tempo, senza che il passare degli anni abbia scalfito la loro indole ribelle e irriverenza. Non sarà la loro prova migliore, ma è un disco sentito e ispirato, altro importante tassello di un’intensa storia di vita e di rock’n’roll.

Foto di Alberto Mori

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