“Peggio di Pearl Harbor. Peggio del World Trade Center. Non c’è mai stato un attacco così all’America. Avrebbero dovuto bloccare il virus in Cina. Non l’hanno fatto”. Si fa ogni giorno più dura la retorica anti-cinese di Donald Trump. Il presidente non arriva ad accusare direttamente Pechino di un “atto di guerra” – per non aver fermato la pandemia – ma continua a sottolineare negligenze, manipolazioni, scarsa trasparenza da parte delle autorità cinesi. Dalla Casa Bianca fanno sapere che Washington pensa a “sanzioni” contro la Cina. In realtà, nulla è ancora deciso e sulla questione, anche all’interno dell’amministrazione, si affrontano interessi e sensibilità diverse.

Una cosa va subito detta. I legami economici e commerciali degli Stati Uniti con Pechino restano molto solidi. Soltanto il 15 gennaio scorso Washington firmava la fase uno di nuovi accordi commerciali con la Cina e Trump definiva il presidente Xi Jinping “un mio grande amico”. La Cina è il terzo partner commerciale degli Stati Uniti e rappresenta la maggior fonte di domanda per i titoli di Stato americani. I rapporti tra Washington e Pechino sono quindi fondamentali, tra l’altro nel momento in cui l’economia americana entra in una fase di dolorosa recessione e deve pensare alla ricostruzione.

Detto questo, come spesso succede, ci sono altre motivazioni che agiscono e che sembrano andare in direzione contraria alla collaborazione tra le due superpotenze. Nell’amministrazione ci sono infatti voci che ritengono che Pechino continui a godere di ingiusti vantaggi commerciali e che l’espansionismo cinese nel mondo vada comunque fermato. Tra i “falchi” c’è sicuramente Mike Pompeo, che da quando è diventato segretario di Stato – nell’aprile 2018 – ha accentuato il carattere anti-cinese della politica americana. Negli ultimi tempi Washington ha levato più volte la voce sulla questione dei diritti umani e del trattamento della minoranza musulmana degli uiguri. La Marina Usa conduce “pattugliamenti per la libertà di navigazione” nel Mar Cinese Meridionale e anche la politica di “ambiguità strategica” sin qui utilizzata sulla questione di Taiwan sembra in discussione, a favore di una più diretta presa di posizione americana a favore dell’isola.

Non dimentichiamo poi una cosa. È stato proprio Pompeo negli ultimi giorni ad alimentare l’idea che il coronavirus sia emerso dai laboratori di Wuhan e che ci siano “innumerevoli prove” a sostegno di questa tesi. Anche in questo caso, bisogna considerare con attenzione le parole. Pompeo non ha detto che il virus è stato generato artificialmente – e che quindi sia di produzione umana. Ha detto che “viene” dai laboratori cinesi, da dove potrebbe essere uscito per un errore umano. L’accusa è comunque grave e tale da suscitare la reazione sdegnata della Cina; considerato tra l’altro che Pompeo non rivela nessuna delle “innumerevoli prove” che cita e che molti esperti sanitari americani, l’Oms e una parte degli stessi servizi di intelligence Usa mostrano di non credere all’ipotesi della “fuga” dal laboratorio di Wuhan.

Poco importa comunque che l’ipotesi sia vera o no. Quello che importa in questo momento a settori importanti dell’amministrazione e del mondo politico, economico, militare americano è mantenere alta la pressione sulla Cina. Anche perché, ragionano Pompeo e altri nell’amministrazione, la recessione economica di questi mesi avrà conseguenze negative sull’apparato militare Usa – e dunque diventa ancora più necessario tenere a bada l’espansionismo cinese. In questo senso va visto il rapporto che la National Intelligence americana sta preparando sulle responsabilità cinesi nella gestione della pandemia – e che alcuni temono possa essere influenzato dall’amministrazione in modo non diverso da quanto avvenne ai tempi delle armi di distruzione di massa dell’Iraq. E in questo senso va considerata anche l’ipotesi cui l’amministrazione sta lavorando per spostare le supply chains di cui si serve l’industria americana al di fuori della Cina, verso Paesi tradizionalmente più amici degli Stati Uniti.

La conferma della necessità per l’amministrazione Usa di mantenere alta la pressione su Pechino la si è avuta anche lunedì scorso, quando un alto esponente del governo, il vice consulente alla sicurezza nazionale Matthew Pottinger, ha partecipato a un evento organizzato dalla University of Virginia per celebrare l’anniversario del “Movimento del 4 maggio 1919”, quando migliaia di studenti cinesi scesero in piazza per contestare la debole risposta dell’allora governo cinese al Trattato di Versailles. Pottinger ha detto che oggi la Cina deve usare meno nazionalismo e più populismo, nel senso di dare maggiore voce al “popolo da cui viene ogni legittimazione”. L’analisi di Pottinger, che ha parlato in mandarino e che appare uno dei personaggi più influenti del governo in tema di rapporti con Pechino, è apparsa a tutti un chiaro appoggio a chi in Cina chiede un allentamento del potere del Partito Comunista e maggiori aperture democratiche.

Sono quindi diversi i modi in cui oggi l’amministrazione americana cerca di tenere a bada la Cina: economici, commerciali, diplomatici, politici, militari. Difficile, al momento, che le nuove tensioni possano sfociare in una vera e propria Guerra Fredda. Non è questo del resto che interessa agli Stati Uniti. Al momento Washington non vuole rompere; preferisce piuttosto alimentare una conflittualità che ponga limiti e condizionamenti alle politiche cinesi. Tenendo conto anche di un altro elemento importante. Negli Stati Uniti questo è un anno elettorale. La retorica anti-cinese è sempre stata popolarissima tra i sostenitori di Trump (e non solo). Alimentare le tensioni con la Cina è quindi anche un modo per soddisfare il pregiudizio anti-cinese di una parte dell’elettorato. Trump lo sa e spinge in questa direzione. Nel 2016 la Cina veniva attaccata soprattutto per la sua sleale concorrenza economica. Oggi è il virus “fuggito” dal laboratorio di Wuhan a tenere banco.

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