Giacomo Verde se ne è andato tra la notte del primo maggio e l’alba del due. Ha lavorato sino alla fine, testardo, cocciuto più della morte e della malattia. Ha partecipato in videoconferenza alla riunione del collettivo viareggino Dada Boom, cui aveva aderito da qualche tempo, con la cannula dell’ossigeno attaccata, dal suo letto di ospedale. Come si conviene a un vero “artivista”, un attivista delle arti, qualcuno che ha sempre coniugato ricerca formale e impegno civile.

Pioniere dell’arte digitale in Italia e in Europa, regista, uomo di teatro, video-artista e attivista: Giacomo era tutto questo e lo era tutto insieme, senza soluzione di continuità. Se c’è mai stato qualcuno che aveva una concezione olistica delle arti, quello era lui, capace di sposare, sempre con discrezione e profondità, le forme della sua arte con quelle degli altri che con lui collaboravano, o che lo chiamavano ad essere al loro fianco.

Giacomo era il dialogo inter-artistico in persona. Lo è stato nelle numerose collaborazioni con altri artisti del video e del digitale nell’immaginare e realizzare avventure futuribili, come il personaggio virtuale Bit, condiviso con Studio Azzurro, Antonio Bocola, Carlo Infante e disegnato da Massimo Giacon, che ha chiacchierato con migliaia di bambini dagli schermi della Città della scienza di Napoli.

Lo è stato mettendo le sue immagini, digitali e pittoriche insieme, a interagire con le parole dei poeti, con le mie prima di tutto, ma anche con quelle di tanti altri. O anche a offrire loro il supporto digitale dei suoi video (come nel caso di Tristanoil, il film più lungo del mondo, di Nanni Balestrini, presentato nel 2017 a Documenta Kassel). Non a caso uno dei più lucidi teorici dell’arte e della società digitali, Antonio Caronia, con lui interagì spesso, teorizzando, ma anche performando.

Ma dialogico e inter-artistico lo è stato anche nelle sue infinite performance in solitaria, a partire da quel Tele-Racconto in cui, seduto come un griot futuribile dietro a un televisore che proiettava le azioni sceniche che le sue mani realizzavano dal vivo, narrava la fiaba di Hansel e Gretel, un’azione in cui letteratura, teatro e tecnologia si fondevano mirabilmente. Perché Giacomo nel fare arte non è mai stato solo, anche quando apparentemente sul palco c’era solo lui.

Era questo a rendere la cifra del suo lavoro inconfondibile. Tutto era realizzato grazie all’uso di tecnologie low-fi e a quello che lui chiamava il loro ‘pacioccamento’, un détournement ironico, minimalista, sarcastico ed intensissimo, a cui univa l’uso di oggetti piccoli, quotidiani, apparentemente insignificanti, che metteva sotto l’obiettivo della sua telecamera e muoveva come fosse un puparo venuto da un futuro probabilmente remoto, ma che tutti potevano riconoscere come proprio.

Sotto l’occhio tecnologico della camera e delle sue distorsioni, delle interferenze provocate ad arte, quegli oggetti minimi rivelavano mondi affascinanti e coinvolgenti, si trasformavano in altro, costruivano sogni. Futuro e radici erano un’unità inscindibile nel suo lavoro, la povertà essenziale del passato e la ricchezza infinita delle possibilità date dal digitale si intrecciavano a formare qualcosa di inconfondibile che chiamerei il suo ‘stile’.

Quello stesso stile, povero, punk, apparentemente distaccato e distante, scettico e in realtà assolutamente empatico, l’aveva messo anche nel realizzare video di lotta e di opposizione, come quello dedicato all’anarchico Serantini o Solo limoni, un’altra avventura immaginata insieme, correndo tra le strade di Genova nel 2001. Ed anche in Solo limoni Giacomo aveva scelto di dare spazio ad altre arti, alla poesia di nuovo, e così questo strano video, che ha ormai sulle spalle decine di migliaia di visioni, era arrivato a raccontare tutto dallo strano, sghembo punto di vista dell’arte e della poesia, senza analisi politiche, ma con i versi di Cervantes, Pagliarani, Roque Dalton a scandire ogni carica, ogni fuga, ogni nuova nuvola di gas lacrimogeno, cercando tra i corpi riversi e le urla di chi fuggiva terrorizzato le armonie essenziali della Cacciata dal Paradiso terrestre del Masaccio.

Ma tutto questo che vi sto raccontando è soltanto una scheggia minima di quel meraviglioso puzzle di arti, discipline, relazioni umane, progetti che Giacomo è stato. È solo la diga che metto tra me e voi per parlarvi senza che il fiume di dolore per la perdita dell’amico più caro faccia di questo post qualcosa che il suo sarcasmo non avrebbe certo apprezzato: un ricordo sentimentale.

Eppure il sentimento non è mai mancato in nessuna delle sue opere, nasceva inaspettato proprio dall’incontro di una serie di elementi ‘freddi’ che la sua immaginazione riscaldava fino a farli sfolgorare, un attimo prima di svanire. Ma era un sentimento non ‘sentimentale’, come la sua arte era assai poco ’artistica’, non sopportava affatto la patina, il birignao, il pleonastico.

Lo scabro, l’essenziale, l’apparentemente insignificante, il ruvido, il contrastante erano le sue forme. Ed era così anche la sua vita. Una vita da strano monaco ninja, con le antenne sempre drizzate a scrutare il mondo e gli altri attorno a sé, canzonando prima se stesso e poi quelli che attorno a lui si affollavano chiedendogli risposte inutili per teorie futili.

Diceva spesso: è di futuro che abbiamo bisogno e quel futuro lo ha cercato giorno per giorno, con le sue arti e con quelle che magnetizzava attorno a sé dalle decine di compagni di viaggio che ha avuto in questi anni: non so se ora lo abbia trovato, ma so per certo che ci ha provato e ha saputo immaginarlo.

Ha rischiato e ha scommesso molto, con l’arte e con la vita, e spesso quelle con l’arte sono state scommesse vinte. Come quelle con la vita, anche se oggi, a noi tutti che l’abbiamo amato e che siamo stati suoi complici felici, magari sembra di no. Ma è soltanto il nostro dolore, non la verità.

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