Amo poco i programmi Mediaset. Meno ancora quelli di Barbara D’Urso. Mi tedia, inoltre, il clamore che si lasciano dietro anche in quella che è la mia bolla sui social. Per altro, più ne parli, più dai visibilità a personaggi e narrazioni che sarebbe più opportuno relegare al superfluo. E invece diventano ingrediente quotidiano di conversazione. In compenso, siamo il popolo che legge di meno, in assoluto, in Europa…

Proprio ieri, per caso e durante un momento di insonnia – capita da quando è cominciata questa emergenza che l’ansia sottragga tempo al riposo – un mio contatto ha condiviso l’ennesimo video del programma della conduttrice. Parlava con un prete, tale padre Ariel di cui ignoravo la conoscenza, e con Paolo Brosio. Il tema era quello dell’interruzione di una messa funebre, da parte delle forze dell’ordine.

L’episodio è noto: a Soncino, in provincia di Cremona, i carabinieri sono intervenuti durante una funzione religiosa, alla quale stavano partecipando troppe persone. Una palese violazione delle restrizioni a cui tutte e tutti noi siamo stati sottoposti negli ultimi due mesi. Ma per il sacerdote invitato a parlare si è trattato di un vero e proprio abuso.

“Siamo di fronte a una totale mancanza di buon senso da parte delle forze dell’ordine” ha tuonato il prete. Continuando: “Mi permetta però di aggiungere altro ancora. Ora, se una scena di questo genere si fosse verificata a Roma, supponiamo che i carabinieri avessero fatto irruzione al circolo gay del Muccassassina interrompendo una festa, be’, credo che la cosa si sarebbe risolta con le dimissioni del comandante dell’Arma dei Carabinieri“.

Di fronte a queste “argomentazioni” – le virgolette sottolineano l’infelicità della scelta lessicale, dato che avrei voluto scomodare ben altri termini – Paolo Brosio annuiva, dando ragione a padre Ariel.

Adesso, ed è l’unica ragione per cui rompo il mio “voto” di silenzio di fronte a episodi del genere, è mia opinione personale che dietro un paragone simile ci sia o scarsa conoscenza dello stato di diritto – ma questa non è una giustificazione per pontificare in televisione di cose più grandi di noi – oppure malafede. Le parole del sacerdote sembrano ricalcare, per altro, la solita retorica dello strapotere di una presunta lobby gay, superiore alla democrazia stessa. E, nel caso specifico, pure al lockdown.

Basta vivere coi piedi ben saldi a terra per sapere che se il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli avesse organizzato in questi giorni una serata al Muccassassina, si sarebbe trovato le forze dell’ordine esattamente come in è successo in chiesa. Perché, contrariamente a quello che pensano il garbato (ma confuso) sacerdote e l’ex inviato del Tg4, in Italia la legge vale anche per la comunità Lgbt+.

Comunità le cui battaglie si sono distinte proprio per l’uguaglianza formale di tutti i cittadini di fronte alla legge stessa. E che una certa narrazione omofobica ha liquidato come capriccio o arroganza. Della lobby gay specialmente, che esiste – come per il “gender” – solo nella mente di chi ne agita lo spettro.

Dopodiché, possiamo anche discutere sugli abusi, reali o presunti, che le forze dell’ordine hanno fatto durante la quarantena. Personalmente non amo l’idea che siano i militari a dirmi chi andare a trovare, come andare e quando in chiesa e cosa andare a comprare, quando faccio la spesa. Ma dire dei cattolici, come ha fatto padre Ariel, che sono ormai “specie non protetta” – e cito testualmente – mi sembra un qualcosa che cozza con la realtà tutta.

Io posso comprendere anche che si voglia tirare acqua al proprio mulino, ma la forza di un’argomentazione non dovrebbe basarsi su mistificazioni rivolte contro una comunità i cui rappresentanti hanno dato prova di grandissimo senso civico.

Muccassassina, infatti, è chiusa. Il Circolo Mieli ha sospeso le attività in sede. Ha garantito il suo “telefono amico” – la Rainbow Line – a chi vive in uno stato di difficoltà legato alla sua condizione (è il caso dei ragazzi Lgbt+ costretti a stare in casa con genitori omofobi, ad esempio). Lo stesso non si può dire di alcune parrocchie.

Fossi nel sacerdote, ricorderei la predicazione di un tale Gesù di Nazareth, che parlava di guardare alla trave nei propri occhi prima di sentenziare sulla pagliuzza nello sguardo del vicino. Soprattutto quando la pagliuzza non c’è. Chissà che don Ariel non ne tragga ispirazione.

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