di Riccardo Cristiano*

La polemica tra Conferenza Episcopale Italiana e governo sulla possibilità di officiare i riti dal 4 maggio in poi ha portato in superficie alcune polemiche che meritano una lettura al di là dei successivi sviluppi. Cominciamo dalle scelte governative.

Da titolare del dicastero dell’Interno, la signora Lamorgese ha dichiarato: “Dobbiamo poter tornare a celebrare i funerali, seppure alla presenza soltanto degli stretti congiunti, seguendo le modalità che l’Autorità Ecclesiastica riterrà di applicare nel rispetto delle misure di distanziamento fisico dei partecipanti”. Capita però di morire non solo ai credenti, né tanto meno solo a credenti che riconoscono autorità ecclesiastiche.

Le altre cerimonie funebri sono contemplate? In occasione delle celebrazioni pasquali è stato chiarito con una nota indirizzata alla Conferenza Episcopale Italiana che i matrimoni religiosi si sarebbero potuti celebrare purché “alla sola presenza del celebrante, dei nubendi e dei testimoni”. Premesso che nel matrimonio sacramentale i celebranti sono gli sposi, il sacerdote è solo il ministro di culto, un gruppo di giuristi ha chiesto di estendere questo diritto anche a chi si sposi secondo altri riti.

Infine, e non certo per ordine di importanza, è stato notato come, più che negoziare con una confessione, sebbene la più rilevante, sarebbe stato importante che lo Stato avviasse un tavolo con tutte le fedi presenti nel territorio, visto che la libertà di culto è garantita dall’articolo 19 della Costituzione per tutti i riti presenti nel Paese, che comporta la necessità che le regole siano uguali per tutti, salve restando previsioni per le specificità di ciascun rito.

E veniamo al versante vescovile. Il vescovo di Ascoli, ad esempio, ha rivendicato il diritto di celebrare “perché in chiesa il virus non c’è”. Di qui ha dedotto che proibendo i riti si dimostra che c’è una dittatura. Se appare del tutto lecito ritenere che il virus in chiesa non ci sia, ciò potrà riguardarne la situazione prima che vi entri un infetto, magari asintomatico.

Nessun riferimento biblico è stato fatto dal prelato, ma alcuni – ad esempio l’Eco di Bergamo, giornale cattolico di una città terribilmente colpita dal virus – hanno ricordato Galileo Galilei, riabilitato da tempo e poi definitivamente da Giovanni Paolo II.

Ci sono state altre polemiche, più diffuse, che hanno dato l’impressione di possibili errori comunicativi. Per esempio: si è sentito spesso dire che sono aperte le tabaccherie ma non le chiese.

Dal punto di vista comunicativo può sembrare efficace, ma far pensare che andare in chiesa è come andare dal tabaccaio può non essere vincente, sia per l’importanza sia perché, se davvero si dovesse andare in chiesa così come si va in tabaccheria, ne conseguirebbe che il prete celebrerebbe con un solo fedele. Già il paragone con il supermercato, pur imponendo limiti di presenze molto stringenti, sarebbe più conveniente per il proponente, ma anche in questo caso va ricordato un rischio, stante l’esplicito divieto di consumare alimenti e liquidi all’interno di ogni esercizio.

Possibili incongruenze sono state notate anche nel comportamento dell’opposizione, che ha dato l’impressione di voler sostenere le ragioni di chi vedeva un diritto religioso violato non considerando bene che questo avrebbe significato anche indicare l’urgenza di riaprire altri luoghi di culto.

Tutti aspetti che non premiano l’importanza e profondità della questione. Il governo avrebbe tratto giovamento dal dichiararsi consapevole del sacrificio aggiuntivo rispetto agli altri cittadini compiuto da ciascun fedele, soggiungendo che questo dato aggiuntivo deriva dalla specifica natura assembleare dei riti religiosi, che rende particolarmente difficoltosa la loro regolamentazione davanti a una pandemia.

Così questa limitazione aggiuntiva, davanti a quella di altri assembramenti, sarebbe stata recepita da tutti, aiutando a capire anche da parte di chi non sperimenta questa sofferenza.

In un paese stressato e impoverito, il tipo di polemica sulla riapertura dei luoghi di culto ha dato per qualche ora l’impressione che fosse lecito chiedere, volere, rivendicare di più. La dolorosa necessità di non abbassare la guardia, pur nella legittima diversità delle scelte proposte, ha così fatto emergere il bisogno di esempi, testimonianze. È quello che ha fatto papa Francesco, quando poche ore dopo il pronunciamento dei vescovi italiani ha pregato perché Dio ci dia pazienza e obbedienza alle disposizioni per uscire dalla pandemia.

Se purtroppo siamo ancora nel tempo della rinuncia, dolorosa e molto costosa, l’esempio è quello che sembra servire di più. Così la discussione sembra aver sottovalutato l’opportunità di dimostrare cosa sia davvero la comunione e quanto sia importante nell’oggi. La comunione, come dice la parola la stessa, è condivisione.

Il sacrificio della vita di molti preti ha dimostrato a tutta Italia il valore delle scelte, della testimonianza. La lezione di comunione che hanno dato i tantissimi preti o religiosi, sempre in servizio, che sono stati con i contagiati e contagiati, ha parlato di comunione molto più di quanto abbiano fatto questi giorni.

* Vaticanista di RESET, rivista per il dialogo

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