Stiamo vivendo una situazione paradossale. Da una parte siamo bloccati nelle normali attività da un virus che ci ha ridimensionati, che ci ha tolto la convinzione malsana che avevamo, di essere padroni incontrastati del mondo. Dall’altra c’è ancora chi è convinto che, appena passerà, sarà necessario ripartire a spron battuto con le solite attività, con i nostri progetti, per recuperare fatturato e rimettere a posto i conti, che certamente stanno dando numeri preoccupanti.

Un virus è bastato per mettere all’angolo tutte le nostre certezze di onnipotenza. La Natura, ancora una volta, ci ha messo di fronte alle nostre fragilità, alla nostra arroganza. E ci sta urlando, per l’ennesima volta, che stiamo sbagliando tutto, che stiamo progettando percorsi ormai insostenibili, che si basano su progettualità che sono in fortissimo contrasto con le regole della convivenza con altre specie, con il rispetto dell’ambiente, che è proprio il terreno dove governa la Natura, non certo noi.

Cosa possiamo fare per imparare a convivere un po’ più serenamente con il Creato e dimostrare di avere capito che stiamo sbagliando? Ad alcune idee ci possiamo arrivare tutti, con lucidità e semplicità, senza essere scienziati o i “grandi statisti” che ci governano e ci hanno condotto fin qui e che vorrebbero propinarci ancora soluzioni, basate su modalità progettuali che hanno determinato la situazione attuale.

Ebbene, si potrebbe rimuovere gli stanziamenti destinati alla costruzione di armi e girare quei soldi per finanziare task force di scienziati che studino medicinali contro le grandi malattie che ci perseguitano, oppure creare equilibri migliori, per debellare la fame nel mondo e la povertà dei popoli. Si potrebbe investire seriamente in un’industria manifatturiera che non sia così energivora, che non faccia uso di fonti fossili, dato che il sole genera energia per oltre 3000 volte il nostro attuale fabbisogno mondiale, senza creare alterazioni ambientali, senza generare emissioni pericolose per l’ambiente.

Si potrebbe progettare un turismo dolce, che valorizzi il patrimonio artistico e ambientale che abbiamo, senza basare il tutto sul consumo di acqua ed energia in maniera smisurata, per creare nevi artificiali dove non esistono nemmeno più le condizioni climatiche per tali prospettive.

Certo, chi come me vede queste vie nuove, è classificato come un visionario, un facilone che si permette di avanzare progettualità diverse che non fanno certo cassa nell’immediato. In parte è vero. Non fanno cassa sull’immediato e, come tutti i sistemi innovativi e pionieristici, hanno margini di rischio alti e comportano sacrifici, soprattutto di cambio di approccio e mentalità, molto alti. Ma, in termini di sacrifici, quanto stiamo pagando in questi giorni per la nostra arroganza nel perseguire modelli che madre Natura ci sta contrastando?

Pensiamo a qualche modello da proporre.

Le nostre città sono ingolfate dal traffico veicolare, che ammorba l’aria con le sue emissioni; in questo periodo di “arresti domiciliari”, l’aria è notevolmente migliorata e pare che tale situazione sia anche di beneficio per il contenimento della propagazione del virus, dato che pare proprio determinato che il virus si trovi bene con il particolato emesso dalle combustioni.

Fra qualche settimana, però, torneremo a muoverci come prima. Cosa abbiamo imparato? Nulla. Nessuno che si metta a progettare una viabilità urbana nuova. Non si vedono progetti che intensifichino i percorsi ciclabili, non si vedono progetti che rendano appetibile il trasporto pubblico che, alla ripresa, sarà usato da pochissimi cittadini, poiché molti saranno terrorizzati dal pericolo di contagio per vicinanza e, quindi, useranno l’automobile. La situazione, anzi, rischia di divenire ancora peggiore rispetto a prima.

Qualche idea, sull’immediato, potrebbe essere di render gratuiti i mezzi pubblici per qualche mese, cosicché la gente potrebbe almeno essere incentivata economicamente nell’uso; poi, sarà necessario riprendere in mano radicalmente i percorsi cittadini e strutturarli in maniera tale da incentivare l’uso di biciclette ed e-bike; ridurre i percorsi stradali in termini di larghezza, per creare corsie preferenziali che permettano a tutti di muoversi con le due ruote.

Fatevi un giretto a Friburgo, città verde della Germania. Scoprirete quanto pesi favorevolmente sull’economia turistica locale una scelta radicale operata decenni fa, quando decisero di dare maggior valenza agli spostamenti a due ruote e a piedi.

Non è utopia, non si può continuare a dire che queste sono proposte visionarie e irrealizzabili. Rappresentano uno sviluppo sostenibile reale e realizzabile. Ma deve essere sostenuto da politici che ci credono e promuovono progetti innovativi; non possiamo dare incarico ai soliti che ci governano o che ci hanno governato finora; sono proprio quelli che ci hanno condotto fino a qui! Ci vuole un po’ di coraggio, un po’ di intraprendenza. Una progettualità diversa, non basata sui soliti sistemi. E, temo, che passata l’emergenza, si ritorni a quella “normalità” precedente che ha generato questa situazione.

Passerà, quindi, anche questa emergenza, ma ne arriverà un’altra e poi un’altra ancora, e saranno sempre più intense e sconvolgenti, fintantoché non riusciremo a riprogettare il nostro modo di colloquiare e convivere con l’ambiente che ci ospita. Che ci ospita, non del quale siamo proprietari.

Se non cambieremo progettualità e progettisti, saremo condannati a convivere con un virus molto più tremendo di quello attuale. Saremo schiacciati dalla stoltezza umana, il virus più pericoloso che ci sia, che ci sta già conducendo a quel punto di non ritorno che i cambiamenti climatici in corso stanno avvicinando sempre più. E sono indotti da noi, non da un virus.

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