Ancora nessun lockdown in Svezia. A due giorni dalle dichiarazioni del premier Stefan Löfven, convinto che nel Paese “conteremo i morti a migliaia”, l’unico strumento che dovrebbe dare più agilità al governo in questa emergenza è un progetto di legge straordinario presentato dai socialdemocratici, poiché l’attuale normativa sulla gestione delle emergenze risulta insufficiente per far fronte a questa pandemia. Il governo chiede quindi che gli venga conferito per tre mesi pur all’interno dei limiti costituzionali, il diritto di emanare norme di diritto pubblico su misure specifiche contro il covid19, come ad esempio la chiusura di negozi e ristoranti. Il tutto dribblando il Parlamento, senza per questo ignorarlo o esautorarlo, e solo per esigenze di “velocità”. L’opposizione composta dai moderati, fragile quanto la minoranza alla guida del Paese, ha dichiarato che ogni misura deve avere “legittimità democratica”. Atteso forse entro il 10 aprile l’epilogo del braccio di ferro, mentre la ministra della sanità Lena Hallengren in una nota spiega che “la Svezia e il mondo si trovano in una situazione grave. Vediamo la necessità di essere in grado di agire rapidamente se la situazione lo richiede, per proteggere vite umane”. Intanto la strategia resta ancora quella del “tutto aperto” anche se ora, a fronte di un aumento dei contagi (più di 7200) e soprattutto dei morti (477), potrebbe allinearsi agli altri Paesi imponendo blocchi. Intanto a Stoccolma apre un ospedale da campo per 600 pazienti in un complesso fieristico, per alleviare la pressione sugli ospedali della capitale.

Mentre la gestione della crisi è sospesa nella proposta di legge, ai toni sempre più preoccupati e preoccupanti del primo ministro Stefan Löfven, e del Re Carl XVI Gustaf, non hanno fatto seguito reali imperativi di quarantena ed è un sospetto dell’ultima ora che il proteggersi la bocca con mascherine imposta da molti Paesi, possa essere fondato. Il monarca, in particolare, in un saluto alla nazione ha spiegato il dovere di stare a casa come obbligo verso la mobilitazione civile e principalmente verso l’assistenza sanitaria. Il premier socialdemocratico, che ricordiamo essere a capo di un’alleanza composta anche da Liberali, Verdi e Centro, già da settimane aveva ammonito la cittadinanza sull’importanza di restare a casa perché “più ci si ammalerà, più si dovrà dire un ultimo addio a una persona cara”. Si erano alternate altre indicazioni, ma sempre blande e non di rado pericolose, come il messaggio che gli asintomatici non sono contagiosi. Fino al suo intervento più amaro, un paio di giorni fa: “Conteremo i morti a migliaia”. Sono giunte alla ribalta internazionale con grande difficoltà le cifre reali sul diffondersi del contagio, dei malati e dei morti in Svezia, che oggi superano quelle degli altri paesi scandinavi, che avevano chiuso da subito le frontiere. Enormi gli ostacoli incontrati da ricercatori, medici ed infermieri sanitari nel denunciare la carenza di mezzi, personale e dispositivi protettivi che anticipavano il collasso del tanto osannato sistema sanitario.

Sullo sfondo una figura che ha dominato e domina tuttora le scelte politiche del Paese: è l’epidemiologo di Stato Anders Tegnell, che se in prima battuta aveva dichiarato che in caso di emergenza il sistema sanitario svedese avrebbe certamente retto meglio di quello italiano, ha via via dovuto riconoscere l’entità del pericolo, seppur mai in modo esplicito, fino a dichiarare solo oggi che la “più grande preoccupazione ora è per la diffusione tra gli anziani”, quando il divieto tardivo di far visita alle case di riposo aveva ormai fatto il danno. Le misure di contenimento sono dunque state deboli e frammentarie, come la non chiusura delle scuole primarie (tranne quella in cui va la primogenita della principessa Vittoria, chiusa da settimane).

Ciò che invece è apparso chiaro da subito nell’elenco delle restrizioni svedesi, è stata la responsabilità di aziende e imprese. Poiché in Svezia come negli Usa il datore di lavoro risponde della sicurezza e dell’incolumità del suo dipendente, è stato “consigliato” ai privati di applicare tutte le disposizioni anti covid19 applicate negli altri paesi: arredamento consono al rispetto delle distanze, limite di passeggeri per il trasporto pubblico, informazioni alla collettività. Così le grandi catene di distribuzione alimentare si sono adoperate a mettere grandi avvisi e note informative, in vario modo. Informative ancor oggi disattese da un pubblico “assolto” dallo Stato.

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