L’epidemia di coronavirus ha reso impossibile il congedo dai defunti. I malati che muoiono negli ospedali ne vanno senza poter dire addio ai loro cari. Diventano dei ‘desaparecisos’, degli “ultracorpi”, che i parenti non possono né lavare né piangere.

Forse per questo forse imperversa il termine “guerra”. Non tanto per la burocrazia lessicale dei tg – “Siamo in guerra!”, viene usato anche per i “gelicidi” del ‘generale inverno’… – ma perché la guerra è l’unico evento di massa che, nella memoria comune, priva la morte dell’ultimo saluto.

Questo dimensione emotiva della pandemia rende ancora più attuale un libro commovente, Jisei poesie dell’addio (“SE” editore), uscito nel 2017, a cura di Ornella Civardi, traduttrice e studiosa della letteratura giapponese.

Jisei – scrive l’autrice – si chiama in giapponese, l’ultima poesia, quella composta quando il mondo attorno comincia, silenziosamente, ad allontanarsi e si resta soli con se stessi di fronte al passo più difficile […] Nessuna cultura ha coltivato con tanta passione e perseveranza come quella nipponica la tradizione di questo gesto, breve e definitivo, che in pochi versi consegna o ha l’ambizione di consegnare un’intera esistenza – un’anima – a chi verrà”.

Nel libro, il Jisei, una tradizione secolare che arriva sino ai giorni nostri emerge come una ‘pratica’ che viene declinata secondo generi e modalità diverse – dai ‘congedi’ orgogliosi dei principi sconfitti (e condannati) all’umorismo “goliardico” di chi scherza sulla propria fine, alla sincerità (zen) di chi racconta la paura e la resistenza alla morte – e che permette un atto di consapevolezza rivelandoci “una bellezza di cui non ci eravamo mai accorti” .

Ho chiesto a Ornella Civardi come queste poesie, struggenti e bellissime, possano aiutarci a interpretare uno choc – quello dei congedi mancati – che colpisce una società che, più di ogni altra, ha rimosso la realtà della morte: “Prima ancora che il contenuto dei singoli testi – risponde – è la tradizione stessa dell’ultima poesia a parlarci oggi, in questa situazione disperante. Ci dice quanto possa valere, per chi muore e forse ancor più per chi resta, quella parola finale, quel saluto estremo che attenua la definitività della rottura per annodare in qualche modo una continuità dello spirito e degli affetti. A noi occidentali – mi spiega – che in genere crediamo pietoso nascondere al morente la sua condizione e ci sforziamo di allestire davanti ai suoi occhi la recita della speranza, l’idea che possa esistere una consuetudine che costringe a dirsi lucidamente “io sto morendo” sembra quasi crudele. Eppure, adesso che il virus cancella la possibilità di quell’addio, di quell’ultima parola, di colpo ci rendiamo conto di quanto possa essere medicamentosa, di quanto possa attutire la paura in chi se ne va e aiutare chi rimane a superare la perdita”.

D-Basho, il più grande creatore di versi poetici “haiku, ai discepoli che gli chiedevano un ultimo pensiero rispondeva che ogni sua poesia avrebbe potuto essere considerata un Jisei. “È un’affermazione che parla dell’atteggiamento con cui affrontare la vita e la morte – continua l’autrice – Vivere la vita a partire dalla morte. Paradossalmente, la cognizione chiara e costante che non si è invulnerabili, che per quanto sani e giovani domani stesso potremmo dover finire, aiuta a vivere meglio. Impone un nuovo filtro ai nostri valori (farei le stesse cose, e con lo stesso spirito, se dovessi morire domani?) e regala un’intensità diversa anche ai piccoli gesti del quotidiano”.

Oggi più che mai la morte – vissuta come lacerazione- può essere sentita come una forma di illuminazione: “Sì, anche questo rischio che oggi sentiamo incombere ogni momento su di noi e su chi amiamo, se lo viviamo nel modo giusto, ci può aiutare a spazzare via la cecità indotta dall’abitudine. Può farci aprire gli occhi e vedere, come per la prima volta, le cose e le persone che ci circondano. La bellezza – continua Civardi – a cui ci eravamo assuefatti, di colpo, sul punto di perderla, riacquista tutto il suo incanto. In questo senso, forse la condizione che viviamo in questi giorni ci lascerà un insegnamento: finora, nella fretta delle nostre giornate, ci è riuscito facile rimuovere la consapevolezza della morte, ma adesso, proprio adesso che la morte ci appare vicina come mai lo era stata, ci hanno immobilizzato e tolto tutte le distrazioni. Non possiamo più sottrarci, distogliere lo sguardo. È una condizione dolorosa, ma che può dare frutti preziosi. ‘La bellezza del mondo è tale perché la riflettono gli occhi di un uomo già consegnato alla morte’ lascia scritto su un bigliettino Akutagawa Ryūnosuke, uno dei più grandi narratori del novecento giapponese”.

Se m’hai caro
attendimi al crocevia
dei Sei Regni,
che arrivi per primo
o che ritardi un poco

Scriveva Otani Yoshitsugu “il quindicesimo giorno del nono mese del quinto anno Keicho (1600)” e il destinatario del messaggio era un amico e un compagno d’armi. Ora che la pandemia fa il vuoto attorno a noi e, oltre all’ultimo saluto ci vieta anche il funerale di un parente di un collega o di un amico, molti noi di potrebbero ritrovarsi in questi versi e forse ognuno ormai ha qualcuno a cui dedicarli.

Memoriale Coronavirus

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