In un momento in cui un fatto accaduto in un angolo del pianeta ha cambiato la vita di tutti, vorrei tanto vedere scomparire gli istinti nazionalisti (specialmente se immotivati o con tonalità unicamente polemiche).

E invece c’è la gara (senza senso per i protagonisti, ma incredibilmente importante per il pubblico di repressi) a chi sequenzia prima il virus, i cinesi sono zozzi, i tedeschi sono tirchi, gli inglesi irresponsabili, gli americani suicidi e in ogni Paese si rivendica il “popolo forte e resiliente”.

In Italia 9.000 infermieri si offrono ad un bando che ne richiedeva 500 e subito è “Italiani esempio mondiale”, quando qui in UK mezzo milione di persone ha risposto all’appello del governo per dare una mano ai più deboli.

Siamo tutti compagni sotto questo cielo. I gesti di ognuno hanno importanza, non solo per i propri connazionali. Abbattiamo queste frontiere, almeno con il pensiero, per poter affrontare le sfide della vita senza senso di competizione.

Vivo questa dimensione da quando, da bambino, ho imparato che l’ecosistema globale è inevitabilmente interconnesso e non ho mai voluto inneggiare alla qualità di un popolo rispetto all’altro, visto che spesso si trasforma in una futile ripicca su stereotipi artificiali.

Ogni popolo resiste, ogni popolo reagisce, ogni popolo ha i suoi eroi. Invece di metterci in mostra per cercare primati insensati, sarebbe il caso di comprendere che siamo tutti lo stesso popolo.

Sono magari i politici a doversi assumere le responsabilità di certe scelte nazionali e per quanto siano il risultato di elezioni democratiche (nella gran parte dei casi), non possono rappresentare lo spirito di un Paese. Se un loro rappresentante mostra egoismo o ignoranza, non significa che rispecchi la maggioranza del suo popolo. Altrimenti l’alternanza politica dovrebbe essere interpretata come schizofrenia collettiva.

Angela Merkel temporeggia sui coronabond? E giù a parlare di come “i tedeschi” siano colpevoli, fin dalle guerre mondiali. E allora cosa si doveva dire degli italiani, quando c’era Berlusconi che faceva “cucù” durante i meeting internazionali?

In un mondo in cui l’informazione è un mix di verità e menzogna, dove le analisi di questioni complesse vengono portate avanti unicamente secondo il proprio tornaconto di breve periodo, forse è il caso di comprendere che la politica non sia rappresentanza della cultura di un popolo, bensì il risultato opportunistico di un confronto mediatico.

Non mi si travisi quello che dico: è bene discutere e rimproverare una decisione politica che danneggia la collettività, specialmente se protegge un Paese a scapito degli altri. Allo stesso modo, è corretto indicare che la rappresentanza politica sia il risultato del volere degli elettori e come tale anche loro responsabilità.

Tuttavia, altro discorso è trasformare questi comportamenti in riferimenti ontologici del carattere di un Paese, soprattutto se lo si fa per denigrarlo e mostrare la superiorità di un altro.

Non andremo da nessuna parte se non cominciamo a comprendere la necessità di costruire una società globale, in cui i gesti di ognuno devono essere valutati in funzione di una vera utilità collettiva, perché le nostre scelte non hanno confini.

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