Non c’è ancora totale chiarezza su quanto successo al diciassettenne di Lancaster, California, morto la settimana scorsa dopo essere rifiutato da un ospedale perché sprovvisto di assicurazione sanitaria per quello che in un primo tempo sembrava un caso di Covid-19. Il ragazzo, in realtà, potrebbe essere morto per uno shock anafilattico non immediatamente connesso al virus. Anche le circostanze della morte – che avevano sollevato l’indignazione generale, migliaia di tweet, critiche feroci al sistema sanitario Usa – potrebbero non essere quelle raccontate nei primi resoconti. Non è per esempio vero che la famiglia non avesse un’assiscurazione sanitaria. Il padre del ragazzo, un autista Uber, aveva un’assistenza sanitaria. Di fronte al precipitare delle condizioni del diciassettenne, avrebbe chiamato una clinica di medicina d’urgenza, Kaiser Permanente, che avrebbe suggerito di portare il ragazzo in un ospedale più vicino – e non si sarebbe quindi rifiutata di ammettere il paziente. Vittima di un arresto cardiaco sull’ambulanza, il ragazzo è morto in ospedale, dopo sei ore di inutili tentativi per tenerlo in vita.

La versione aggiornata dei fatti è stata data dal sindaco di Lancaster, Rex Parris, che è anche colui che in un primo tempo aveva dato notizia del rifiuto da parte del centro medico privato di ammettere il paziente. Uno dei simboli della malasanità americana potrebbe quindi non essersi svolto proprio come narrato. Il problema è che la storia di Lancaster, anche se non vera, è del tutto verosimile. Cioè, sarebbe potuta facilmente accadere. Negli Stati Uniti una clinica che si occupa di medicina d’urgenza può negare le cure a chi non dispone di un’assicurazione sanitaria. Esiste una norma, l’Emergency Medical Teatment and Labor Act (EMTALA), che obbliga alcune di queste cliniche a intervenire – soprattutto nei casi di donne che devono partorire. Ma si tratta, appunto, di eccezioni. Non esiste alcun vero obbligo affinché le cliniche private che offrono servizi di emergenza trattino i casi di pazienti in emergenza ma senza un’assicurazione.

È solo uno dei tanti paradossi, e lacune, e disastri, di un sistema sanitario che sotto la pressione dell’emergenza Covid-19 mostra tutti i suoi limiti. In questo momento ci sono circa 27 milioni di americani senza alcuna forma di assicurazione sanitaria. Ammalarsi di coronavirus, per questi, oltre al rischio per la vita, rappresenta un notevole esborso economico. In Florida una donna ricoverata per un giorno in ospedale per Covid-19, trattata e quindi dimessa dopo una serie di analisi, si è vista recapitare un conto da 34.927 dollari. La donna non disponeva di un’assicurazione sanitaria e può dire di essersela comunque cavata non troppo male. Un gruppo che si occupa di monitorare la sanità Usa, “FairHealth”, ha calcolato che un ricovero per Covid-19 può costare ad una persona non assicurata fino a 73 mila dollari.

Ci sono poi gli assicurati, che vista la frammentazione del sistema sanitario americano sono una galassia vasta e diversissima. Ci sono quelli che si sono dotati autonomamente di un’assicurazione sanitaria, quelli cui viene offerta con il contratto di lavoro, quelli che godono del Medicare (gli americani oltre i 65 anni), quelli che hanno accesso al Medicaid (i più poveri). Anche per la massa degli assicurati il Covid-19 non è comunque un affare a costo zero. La “Kaiser Family Foundation” ha calcolato che il costo medio del trattamento da Covid-19 per una persona con assicurazione sanitaria fornita dal datore di lavoro è di 9.763 dollari. Questo se non ci sono complicazioni. In caso di polmonite o altro, si oltrepassano i 20 mila dollari.

Tutto questo riguarda i pazienti. Gli eventi di questi giorni hanno però mostrato la qualità del sistema sanitario offerto. L’emergenza Covid-19 ha svelato problemi a non finire. Mancano mascherine, camici, respiratori. Decine di respiratori forniti agli Stati si sono rivelati non funzionanti perché privi di manutenzione. I test in un primo tempo forniti dal “Centers for Disease Control and Prevention” erano difettosi e non in grado di riconoscere il virus. Il problema vero, che la crisi sta acutizzando, riguarda però medici e ospedali. Ci sono negli Stati Uniti 6146 ospedali, di cui però 5198 sono definiti “community hospitals”, quindi centri specialistici e non-federali non in grado di affrontare l’emergenza. I medici, che sono oltre un milione, non sono in grado di coprire le necessità di un sistema in sofferenza come quello di questi giorni. Già ora il 17 per cento circa della forza medica è costituita da persone che vengono dall’estero. Per favorire l’arrivo di personale medico straniero, il governo ha in questi giorni annunciato un “Visa update for medical professionals” in cui si facilita enormemente l’ottenimento di un visto per personale medico e sanitario.

La cosa ancor più paradossale è che in settimana l’amministrazione Trump ha annunciato che non riaprirà il programma HealthCare.gov, che consente a chi non dispone di un’assicurazione sanitaria di registrarsi e procedere all’acquisto di una qualche forma di copertura sanitaria. HealthCare.gov è stato chiuso mesi fa, ma democratici e compagnie di assicurazione ne chiedevano la riapertura per far fronte all’emergenza coronavirus. L’amministrazione ha detto no, spiegando di voler esplorare “altre opzioni”. Non si sa quali siano queste “altre opzioni”, anche se a molti è sembrato che nel no dell’amministrazione riemerga l’antica ostilità verso l’Obamacare – che ha messo in piedi l’intero sistema e che Donald Trump già nel 2017 aveva cercato di smantellare.

Difficile dire quanto la crisi di queste settimane orienterà le future trasformazioni del sistema sanitario statunitense. In questi anni un cambiamento generale di opinione c’è già stato. Prima la battaglia sull’Obamacare, poi l’ascesa politica di Bernie Sanders hanno mostrato che anche negli Stati Uniti esiste un’opinione pubblica sempre più orientata a favore dell’intervento pubblico nella sanità. Un paio di giorni fa, ospite di un programma TV, proprio il senatore del Vermont ha messo in evidenza il costo terribile dell’attuale sistema. “Milioni di persone stanno perdendo il loro lavoro e quindi la possibilità di un’assicurazione sanitaria – ha detto -. Andranno ad aggiungersi agli 87 milioni di americani che non hanno alcuna assicurazione o che ne hanno una a scarsissima copertura”. Sanders ha spiegato che “la gente è a casa, terrorizzata a morte che qualcuno nella loro famiglia possa prendersi il virus. Oltre a tutti gli altri problemi, non sanno come pagheranno”. Il “Medicare for All”, un’assistenza sanitaria pubblica e universale è la soluzione che ancora una volta il senatore ha prospettato, “ciò che non consenta più a compagnie di assicurazione e società farmaceutiche di realizzare enormi guadagni”.

Joe Biden, il probabile candidato democratico alla presidenza, continua a non essere convinto del “Medicare for All”, ma ha chiesto un intervento finanziario più deciso da parte del governo federale a favore di quegli ospedali, soprattutto nelle aree rurali, che si trovano ora in grave sofferenza. Il dibattito su come trasformare il sistema sanitario Usa proseguirà nei prossimi mesi, quando l’impatto dell’emergenza sarà meno forte. E proseguirà con un dato nuovo e per certi versi terribile. Milioni di persone stanno in queste settimane perdendo il loro posto di lavoro. Nelle ultime due settimane 10 milioni di americani hanno fatto richiesta di disoccupazione. Altri 67 milioni, dati della Federal Reserve, rischiano di essere espulsi dal ciclo produttivo nelle prossime settimane. Questo significa perdere anche l’accesso a qualsiasi forma di sanità. Quando gli Stati Uniti si rialzeranno, alla fine di una crisi che costerà migliaia di vite, ci sarà dunque un problema ulteriore. In decine di milioni non saranno più in grado di prendersi cura della propria salute.

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