L’ostentata estraneità del primo ministro Giuseppe Conte ai circuiti del potere-ombra che determinano gli orientamenti e gli equilibri politici (oltre che i sistematici trade-off affaristici), almeno dall’avvento della Seconda Repubblica, ha disseminato svariate trappole lungo il cammino di un governo che cerca di fronteggiare una situazione ignota e complicatissima; oltre che drammaticamente assassina. Ora l’irresponsabile cinismo da avvelenatori ha prodotto il nuovo marchingegno cospirativo, rappresentato dalla candidatura di un (probabilmente) indisponibile ex governatore Bce Mario Draghi al ruolo del dictator cui affidare la salvezza patria.

Non a caso – oltre alle Destre politiche, disperatamente ansiose di riprendersi la scena, e i loro trombettieri mediatici – si distinguono nell’inqualificabile intossicazione di una cittadinanza già da sé nevrotizzata, due conglomerati editoriali: la Gedi, facente capo alla famiglia Agnelli-Elkan, e il gruppo di Urbano Cairo.

Innesco dell’operazione è stato un articolo finanziario del Draghi, in cui si fornivano indicazioni di buon senso sul dopo pandemia e niente più. Quanto è bastato per far scattare il regolamento di conti con l’attuale primo ministro, ripristinando le piaggerie retoriche del SuperMario quale attestato nominalistico di fenomenalità.

Intendiamoci, niente ci impedisce di riconoscere le qualità di un navigato banchiere certamente abile e intelligente. Ma è oltremodo evidente dove voglia andare a parare la sostituzione di Giuseppe Conte con un esponente dell’establishment bancario globale: promuovere le logiche e gli interessi di quell’1% che con tale establishment bancario interagisce.

Con le possibili conseguenze desumibili proprio dalla biografia di Draghi; quando si sperimentò sulla pelle delle persone quanto uno di quell’ambiente – come Pier Carlo Padoan – definiva “la terapia del dolore” (che – a suo dire – cominciava a produrre “buoni” frutti). E in Europa tale terapia ebbe il suo banco di prova nel “crimine” consumato contro la Grecia, come scrisse il giornalista della Bbc Greg Palast il 10 novembre 2011: “I greci sono vittima di una frode e l’arma fumante del delitto è in mano a una banca di nome Goldman Sachs. Nel 2002 Goldman Sachs ha segretamente acquistato 2,3 miliardi di euro di debito pubblico greco, convertendolo in yen e dollari, e rivendendoli immediatamente alla Grecia. L’operazione era un imbroglio su un falso tasso di cambio fissato dalla banca. Goldman aveva siglato un accordo segreto con il governo greco dell’epoca per nascondere l’enorme disavanzo statale: la falsa perdita Goldman Sachs era il falso guadagno dello stato greco”. E chi era a quel tempo il vice presidente di Gs International per l’Europa? SuperMario Draghi, che però ha dichiarato di non aver avuto niente a che fare con la vicenda (ndr).

Ennesimo episodio di un fenomeno avvenuto in età liberista, quando grazie alla globalizzazione finanziaria si è realizzato il distacco dal resto della popolazione di due categorie privilegiate e incontrollabili: gli intermediari strategici e gli analisti simbolici, come li definisce l’economista Robert Reich, ministro del Clinton Primo. Insomma brokers e banchieri, i gruppi sociali avvantaggiati dai mastodontici spostamenti di ricchezza che accompagnarono l’ormai riconosciuta operazione di crescita delle diseguaglianze, realizzate a mezzo precarizzazione e impoverimento delle famiglie.

Pensare di affidarsi a un autorevole membro di questo club di ottimati che stanno minando la democrazia un po’ dappertutto, in combutta con un ceto politico di imprenditori del consenso a mezzo demagogia, significa piazzare la canonica volpe a guardia del pollaio o eleggere il solito Dracula presidente dell’Avis.

Il primo tema del dopo pandemia mondiale sarà quello di mettere in discussione l’accumulazione della ricchezza a mezzo accaparramento, che si è imposta in questo “inglorioso” quarantennio. Riportando sotto controllo la finanza. Con le parole postume di uno che se ne intendeva – Luciano Gallino – “la finanziarizzazione è un gigantesco progetto per generare denaro a mezzo denaro, riducendo al minimo la fase intermedia della produzione di merci o, preferibilmente, saltandola per intero”. E Mario Draghi non sembra davvero l’opzione migliore per mettere a posto le cose.

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