Fabrizio Parrini è un poeta Imperdonabile perché riconosce nel linguaggio il potere della ferita, una ferita esistenziale, che diventa svelamento. Il linguaggio di questo poeta è un viaggio, il viaggio dello straniero. Non si conforma ad altro che a sé, non si nutre di altro che dell’identica ambizione, nell’aristocrazia della parola, quella, non un’altra, della ricerca di un abbrivio che riconduca al nesso, alla verità. Nasce in provincia di Livorno, laurea in Lettere, il suo esordio risale al 1996, con Rizzoli, Un cavallo nel cielo, un libro che alterna mirabilmente versi e prosa nella forma di un diario. Ha tradotto Rimbaud, ha fondato Il teatro dell’anima a Volterra, sta per uscire con un nuovo romanzo.

Sul senso della scrittura, osserva: “L’opera appartiene alla letteratura dell’esilio. L’esiliato è il nomade, lo straniero. Lo straniero impara a riconoscere tutto quello che non ha certezza, visibilità, potere, protezione, e su questa verità, su questa ferita costruisce l’avventura del suo compito. L’essere straniero è una scuola di fraternità ed è alla base del lavoro di chi scrive. La scrittura è un’avventura incessantemente fuori dal libro. Essere sulle sue tracce vuol dire essere senza confini. Si parla per rompere la solitudine, ma si scrive perché non finisca mai. Quando si scrive, si rende illuminato un istante della nostra vita. Forse scrivere un libro significa attraversare le parole. Che cercano un senso che ancora non si conosce. È fare esperienza di un istante che diventa eternità. Sovversiva è la parola che prende posizione sul foglio per combattere il bianco abbagliante della pagina che concede la sua purezza malvolentieri e senza compenso”. Vi invito alla lettura. Di seguito allego un brano tratto dal testo A Marina Cvetaeva. Marina dal passo di cometa (Scheiwiller – Milano 1999).

“(…) Cammino in Mala Strana, nell’ardore puro della musica. Il vento si rifugia sui roseti di Petrin che circondano L’Osservatorio Astronomico. Ho sulla lingua il sapore della mostarda, una raccolta di versi. Nella tasca del cappotto, i miei stivali di cuoio Frantumano il ghiaccio e i cavoli marci del Mercato Centrale. Vado verso Rilke, in alto, come una finestra illuminata, uno strascico d’oro. Sono prigioniera dell’incanto delle sue visioni. Che cattivo maestro in questo tempo che scivola via. Mia figlia mi corre incontro con un viso di gesso, mi raggiunge una parola sconcia in questo lurido inverno. Ho imparato a memoria la sua Marina Elegie. Assorbo il suo pallido splendore, Rainer degli Elfi, come una figlia che cresce nel buio abisso, inaccessibile, con sforzo superbo. Rilke e i suoi canti appena mossi da un alito di vento, la sua voce come una porta di ferro che si apre con un gemito, una fila di statue nella bonaccia, la cadenza di un verso prodigioso. Quelli come noi muoiono di peste o di poesia (…)”.

Vi invito a leggerlo.

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