È stata la crisi del coronavirus, ancora una volta, la protagonista del dibattito tra i due candidati democratici alla presidenza, Joe Biden e Bernie Sanders. I due – i soli ad essere rimasti in lizza dopo il ritiro forzato di decine di candidati – si sono scontrati su molte cose: social security, aborto, controllo delle armi, università, guerra. Biden è apparso in affanno nel giustificare sue antiche posizioni. Sanders è andato quasi sempre all’attacco. Nelle due ore di botta e risposta, Biden ha fatto una promessa importante: sceglierà una donna come sua vice, nel caso fosse lui il nominato. Nell’insieme, il dibattito non pare aver cambiato di molto la dinamica di queste presidenziali, che danno Biden come favorito e in vantaggio di circa 150 delegati sul rivale. In realtà, è l’esplosione della crisi del coronavirus negli Stati Uniti che cambia comunque, profondamente, queste primarie.

Bernie Sanders e Joe Biden si sono salutati toccandosi il gomito, a inizio dibattito. Essendo piuttosto in là con gli anni – 78 e 77 anni, rispettivamente – hanno detto di lavarsi continuamente le mani. Hanno discusso da due podi sistemati, prudentemente, a diversi metri di distanza. Anche il contesto del dibattito è cambiato. Avrebbe dovuto tenersi a Phoenix – l’Arizona voterà per le primarie domani, insieme a Florida, Ohio e Illinois. E’ stato trasportato da CNN e Univision, che l’hanno organizzato, a Washington D.C., senza pubblico e senza spin room. Uno dei moderatori, Jorge Ramos, è stato sostituito: è in quarantena dopo aver avuto contatti con persone positive. La crisi ha peraltro già modificato il calendario delle primarie: rimandato il voto in Louisiana e Georgia. Cancellato ogni tipo di comizio e incontro pubblico. I candidati, come ha detto Sanders, parlano ai loro sostenitori “in video conferenza, dal caminetto di casa”. Niente sarà più come prima per queste primarie, che entrano nella loro fase più calda proprio mentre il coronavirus, come ha detto Anthony Fauci, alla guida del “National Institute of Allergy and Infectiuos Diseases”, si fa sentire in modo più dirompente negli Stati Uniti.

Il coronavirus ha dominato i primi trenta minuti circa del dibattito. A Biden e Sanders è stato chiesto cosa farebbero per affrontare la crisi. L’ex vice di Obama ha detto che si dovrebbe investire nel sistema sanitario USA “ogni risorsa possibile”, fino all’uso dell’esercito: “È come se fossimo attaccati da fuori… È come una guerra”. Sanders ha invece colto l’occasione per rilanciare il suo progetto di “Medicare for All”: “Una delle ragioni per cui siamo così impreparati è perché non abbiamo un sistema sanitario. Abbiamo migliaia di piani assicurativi privati. Ma questo sistema non è in grado di assicurare la sanità in un buon anno, figuriamoci con una pandemia”. Il senatore del Vermont ha quindi chiesto a Biden di mostrare “coraggio e prendere di petto l’industria sanitaria e delle assicurazioni, che in parte finanziano la sua campagna” – garantendo quindi agli americani un’assistenza universale, pubblica, gratuita per tutti. Biden ha reagito spiegando che quella proposta non mitigherebbe gli effetti del coronavirus. “Con tutto il rispetto per il Medicare for All, c’è un sistema sanitario pubblico in Italia ma anche questo non risolve i problemi”.

Nell’insieme è comunque sembrato che sia Sanders sia Biden abbiano mancato il vero punto della questione: la gestione da parte dell’amministrazione Trump della crisi del coronavirus – l’unica cosa che interessa davvero agli americani in questo momento. La risposta di Trump è stata ondivaga, traballante. All’inizio ha minimizzato, ha spiegato che il coronavirs era “meno pericoloso di un raffreddore”. Ha cercato poi di recuperare, ma i tamponi sono ancora introvabili o molto cari sul mercato – mentre gli aeroporti si sono riempiti di migliaia di persone di ritorno dall’Europa e costrette a interminabili file e ogni Stato e città procede per la sua strada: New York City ha ordinato la chiusura delle scuole pubbliche; la California ha serrato bar e ristoranti. Di tutto questo, non c’è stata quasi menzione nel dibattito tra Sanders e Biden. Trump ha ricevuto solo qualche osservazione critica, di passaggio. Per il resto, i due democratici hanno esposto le loro tesi non attaccando chi sta gestendo, in modo discutibile, la crisi: Donald Trump. Davvero un’occasione persa.

Tutto il dibattito ha avuto peraltro questo tipo di andamento. È chiaro che non c’è, tra Biden e Sanders, alcun tipo di personale acrimonia (niente a che vedere con l’astio che regnava alle primarie del 2016 con Hillary Clinton). I due sono della stessa generazione, si conoscono da molti anni. Sanders ha spesso detto che Biden gli diede un benvenuto caloroso, quando venne eletto senatore del Vermont. Ci fu una cena, tra i due, subito dopo la morte del figlio di Biden, Beau. E per tutto il dibattito di ieri, anche nei momenti più accalorati, si sono chiamati per nome, “Bernie” e “Joe”, promettendosi futuro sostegno: “Farò campagna per Bernie, se sarà lui il nominato. Questa sfida è più importante di noi come singoli”, ha detto Biden. “Se perdo questa cosa, e Joe vince – Joe, io ci sarò per te”, ha detto Sanders.

Detto questo, è chiaro che ciascuno abbia cercato di utilizzare il dibattito per affermare le proprie tesi e sostanzialmente minare la candidatura dell’altro. Biden è sembrato più disponibile alla mediazione. Ha lodato la proposta di riforma del sistema della bancarotta introdotta dalla progressista Elizabeth Warren ed è sembrato fare alcuni passi in direzione di Sanders sul tema del college pubblico gratuito. L’ex vice di Obama ha attaccato Sanders su due cose: l’opposizione nel passato a leggi sul gun control e il vecchio appoggio ai governi del Sud America – cosa su cui peraltro il senatore non ha fatto marcia indietro. Sanders ha anzi ancora una volta ribadito che è possibile condannare un regime autoritario e allo stesso tempo trovare elementi positivi in quel governo. Ha citato la Cina, che ha fatto progressi importanti nel ridurre la povertà – parole che hanno permesso a Biden di accusarlo di lodare “una dittatura”.

È stato però Sanders a cercare – e trovare – gli accenti più critici contro Biden. Il senatore è andato all’attacco. Ha rinfacciato a Biden le sue passate prese di posizione: la proposta di tagliare il social security, l’appoggio iniziale alla guerra in Iraq, il salvataggio del sistema finanziario nel 2008, la difesa del “Defense of Marriage Act”, la legge del 1996 che definiva il matrimonio come unione esclusiva tra un uomo e una donna. Biden ha abbozzato una qualche difesa: per esempio ha spiegato che senza il bailout del settore finanziario interi settori di middle class – “che ora Bernie difende” sarebbero finiti molto male. Il più delle volte, però, Biden è parso soccombere. Di molte delle sue passate posizioni esiste documentazione video, che peraltro Sanders ha invitato a consultare sul suo website. Esasperato dagli attacchi, a un certo punto Biden è sbottato: “Give me a break, Bernie!”, ma lasciami in pace, Bernie. “Ti lascerò in pace – gli ha risposto Sanders – solo quando condannerai il Super PAC che ti appoggia e che paga degli spot TV negativi contro di me”. I Super PAC sono quei gruppi che, al di fuori di qualsiasi controllo sull’origine dei loro finanziamenti, appoggiano autonomamente certi candidati e le loro politiche.

Nell’insieme, l’intero dibattito è parso più che altro un’occasione persa per entrambi. Né Sanders né Biden hanno mostrato doti e carattere tali da renderli il candidato “naturale” per battere Trump. Sanders è stato sicuramente più combattivo e con ogni probabilità ha consolidato la sua base elettorale. Difficile però che abbia convinto molti tra coloro che sono ancora incerti. Biden ha avuto alcuni dei suoi tipici momenti di confusione – confondendo per esempio il coronavirus con Ebola – ma ha comunque retto ed è stato bravo nel rilanciare l’unica vera notizia della serata: che sceglierà una donna come sua vice, nel caso fosse nominato (e, da presidente, nominerà la prima donna afro-americana alla Corte Suprema). È stato il riconoscimento del ruolo chiave che hanno avuto quest’anno le candidature di Elizabeth Warren, Kemala Harris, Amy Klobuchar. Non sono riuscite a vincere, ma hanno cambiato il corso della politica democratica. Politica democratica che, come tutto, resta ora appesa agli sviluppi del virus. Possibile che altri Stati, dopo Georgia e Louisiana, decidano di rinviare i loro voti. Non c’è però molto tempo. Il 13 luglio, a Milwaukee, si apre la Convention democratica.

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