Sconvolti dalle frasi del premier britannico Boris Johnson, che ha avvertito sulla perdita dei propri cari. Stupiti dall’inconsapevolezza del pericolo assembramenti per le strade Bruxelles e Barcellona, e dalla lentezza dei governi nel prendere provvedimenti contro il coronavirus. I nostri expat hanno lanciato su Twitter l’hashtag #covidhasnoborder per fare passare il messaggio che le misure di prevenzione devono essere rispettate e soprattutto introdotte anche dalle autorità sanitarie all’estero. Pur ricordando che la situazione è ovunque in costante e rapida evoluzione, ecco alcune testimonianze raccolte da ilfattoquotidiano.it in cui gli expat raccontano come nei Paesi in cui vivono viene vissuta e percepita l’emergenza.

Spagna – “Non ci credono, pensano che l’Italia la sia mettendo giù dura, che la nostra sanità non sia buona – dice Laura, fotografa italiana a Barcellona -. Pensano che a loro non capiterà. Insomma, le stesse cose che dicevamo noi della Cina a gennaio, identiche. Il problema è che in Spagna sono in ritardo sul virus di tre settimane. Qui a Barcellona l’8 marzo hanno manifestato in migliaia per strada, vedremo tra qualche giorno quanti saranno i contagi. Continuano a fare proclami poco chiari dicendo che stanziano fondi per lo stato di emergenza ma alla fine le scuole le chiudono lunedì, con calma. I bar per adesso sono aperti, non c’è nessuna limitazione. Gli unici che usano la mascherina sono vecchi, cinesi e italiani. E anche qui c’è stato l’assalto per comprare la carta igienica. Stanno sottovalutando in maniera folle il problema. E tanti dei nostri connazionali sono obbligati ad andare a lavorare senza precauzioni e sono, di fatto, stigmatizzati”.

Regno Unito – “Non so fino a che punto la cosa sia presa seriamente – spiega a ilfattoquotidiano.it una docente che preferisce rimanere anonima -. Per i professionisti di sicuro, le vite sono totalmente sconvolte, ma per chi fa lavori meno globalizzati, non saprei. Sicuramente c’è molta preoccupazione”. Quanto alle dichiarazioni del governo, prosegue, Johnson “è un disastro, ma è chiaro che qui si preoccupano prima della questione economica, la salute pubblica viene dopo. L’hanno detto molto esplicitamente giovedì sera. Del resto qui perdere i vecchietti viene visto come un vantaggio economico”.

Belgio – “Fino a qualche giorno fa, a parte la raccomandazione di lavarsi bene le mani, il Belgio non ha fatto altro. Da oggi però sono entrate in vigore nuove misure e forse la percezione sta cambiando”, spiega Piergiorgio, funzionario al Parlamento Ue. In Belgio da oggi le scuole sono chiuse fino al 3 aprile, così come i bar, i ristoranti e le discoteche. “Sui giornali si chiede al governo di guardare all’Italia e di cogliere il suo esempio, ma la gente non è consapevole. Qui fino a ieri vedevamo le stesse scene degli assembramenti in Italia quando eravamo all’inizio dell’emergenza. “Ce ne freghiamo, l’alcol aiuta”, e altre battute simili. Davvero, tutto il mondo è paese, anche qui i giovani hanno avuto la stessa attitudine menefreghista”.

Polonia – “Sono in pensione sul Baltico – dice Ettore – e seguo con attenzione la situazione in Italia e in Polonia. Qui la sanità pubblica non ha grandi risorse e quindi il numero dei tamponi è ridotto. I numeri sono bassi perché non c’è la possibilità di testare a lungo raggio. La consapevolezza della gente è in rapida crescita, e al momento hanno chiuso la frontiera con la Germania e con l’Ucraina. Sull’Italia in generale prevale un ottimo giudizio rispetto alle misure che sono state prese, ma c’è qualche episodio di intolleranza. Una pizzeria italiana ad esempio ha dovuto chiudere perché i prodotti arrivavano dall’Italia. Alcuni bambini che erano stati in Italia per le vacanze sono stati bullizzati al loro ritorno a scuola qui in Polonia. L’Episcopato polacco, anziché ridurre le messe ha detto che ci vuole più preghiera. Quindi più messe”.

Svezia – “Al momento qui non stanno facendo molto che coinvolga la popolazione – spiega da Stoccolma un manager italiano -. Da tre giorni l’autorità competente (Folkhälsomyndigheten) ha deciso che si testerà per Covid-19 solo chi presenta gravi sintomi o fa parte dei cosiddetti gruppi a rischio. Dicono di continuare normalmente la propria vita ma di lavarsi meglio le mani. L’unico cambiamento per la popolazione è lo stop a eventi che riguardano più di 500 persone, conferenze, concerti, e così via, mentre per quanto riguarda le aziende, è lasciato a loro discrezione. La società per cui lavoro ha dato via libera al telelavoro a cominciare da ieri anche se si invita a venire in ufficio. La possibilità c’è per chi è malato, presenta sintomi, o è in contatto con chi presenta sintomi, chi fa parte dei gruppi a rischio e a chi, in generale, ha “paura della situazione attuale”. Che non significa nulla. Come sempre, ai manager è chiesto di dare il buon esempio. Da italiano all’estero vorrei che la Svezia facesse di più. Magari senza arrivare al lockdown completo all’italiana. Senza avere alcuna preparazione specifica o base scientifica cui fare riferimento, ritengo che la Svezia sia circa 15-20 giorni indietro rispetto all’Italia. Quindi mi aspetto misure più drastiche da qui a due settimane. Ma vediamo. C’è anche tanto interesse a non distruggere l’economia. Le aziende già stanno subendo le conseguenze con con crolli di vendite e cali di produttività”.

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