C’è un problema. Il problema peggiora se ci muoviamo, perché lo propaghiamo. Muovendoci rischiamo noi e rischiamo tutti. E allora stiamo a casa. Inevitabile. Lo scrivevo il 2 marzo, dieci giorni fa, quando avevamo solo qualche decina di decessi.

L’umanità, la vita, non le ho fatte io. Non le hai fatte tu. La convinzione di poter governare tutto, invece, è una nostra creazione. Il pianeta Terra se ne frega delle teorie economiche di crescita ininterrotta, di disponibilità imperitura delle risorse, di superomismo alla ricerca della perenne giovinezza e della longevità. Siamo solo un dettaglio intelligente dell’universo, tutto qui.

Nel 2008 ci siamo accorti che le teorie degli economisti erano solo fregnacce, così come le convinzioni dei neoliberisti darwinisti, che poi furono ben lieti dei 900 miliardi di dollari di Stato che Obama mise sul piatto per salvare le banche (che bocciavano per sempre quella teoria). Oggi scopriamo che siamo fragili come sistema, come modello, perché basta un’influenza più forte, che richiede strutture sanitarie maggiori, e la nostra economia si ferma, rischiamo la vita come sistema, come collettività, come individui.

Bene. Cioè, male perché morirà della gente (ogni anno per l’influenza “normale” nel muoiono circa 7.000), male per le conseguenti privazioni a cui saggiamente le autorità ci costringono. Ma bene perché ci daremo una ridimensionata generale.

Bene. Anche se sarebbe stato meglio capire alcune cose da soli. L’intelletto non ci mancava. Potevamo farlo. Scrissi in Adesso Basta, undici anni fa, che ero orgoglioso di aver capito che dovevo cambiare vita prima di scampare a un incidente automobilistico mortale o a un infarto fulminante. Ne ero orgoglioso perché non è mai bravo il marinaio che affronta la burrasca con coraggio, ma solo quello che la prevede e la evita.

Bene, dunque. Chi non capisce oggi che dobbiamo riorganizzare valori, obiettivi, approccio filosofico e esistenziale alla nostra vita di individui e di comunità è solo un derelitto, pericoloso per sé e per gli altri. Chi non capisce che occorre ripensare il sistema, come vivere, dove vivere, facendo cosa, mettendo dove le risorse, è un povero pazzo. Chi non capisce oggi che la vita è breve, e che gettare via il tempo e l’intelligenza in occupazioni intuitili e dannose è una falsa pista, è un cieco che corre cantando verso un burrone, non va seguito.

Bene. Tutto ciò andava capito prima, per amore. Non dite che non vi era stato illustrato, proposto. Oggi c’è un nuova opportunità. Di quelle che si capiscono necessariamente, per forza. Dunque non il meglio, ma bene.

Bene. Perché tutto questo passerà, prima e con minor danno se oggi restiamo tutti a casa. Quei poveri ignoranti che affollano i locali, invece, può darsi che arrivino a morire, portando con sé molti innocenti. Ma dopo, quando dalle macerie occorrerà ricostruire, potremo avvalerci di questa esperienza. Ricordiamocene. Se a far data da oggi, tra tre mesi appena, non staremo già ripensando tutto da capo, non staremo progettando e lavorando a come vivere diversamente, come risaldare le nostre esistenze troppo fragili, beh, allora non c’è alcuna speranza. Ed è bene raggiungere quel punto. Fa capire tutto.

Bene. Nasceranno individui nuovi, finalmente. Uomini e donne che operano per una nuova vita. E di conseguenza nasceranno società nuove, che consolidano le difese nel punto più debole. Questa è, a tutti gli effetti, la nostra Nuova Frontiera. E allora in alto i cuori: che i filosofi tornino a governare le comunità. Che il pensiero torni a prevalere. Viva la vita.

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