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di Pietro Bertoglio

Ormai mi sono accorto che parlo solo di questo maledetto coronavirus. A gennaio ero felice per aver finalmente finito preparativi per il matrimonio programmato per fine maggio e le prospettive erano orientate al viaggio di nozze alle Hawaii (prima Cina e Hawaii, poi solo quest’ultime per alcuni lontani problemi sanitari in Cina) e invece ora cambiano tutti gli orizzonti.

Al lavoro nel mio ospedale il famoso metro di distanza dai pazienti è colmato da un muro di tensione e si vede che tanti vorrebbero chiederti: “Ma davvero mi devo preoccupare? Mi dica che è solo una banale influenza, la prego!”. E allora bisogna fingere, ostentare sicurezza per cercare di tranquillizzare chi sta di fronte, ben sapendo che spesso la visione ottimistica del futuro non è nient’altro che una tua speranza.

A volte qualcuno di noi, di nascosto, cede una lacrima, un pianto fugace e poi di nuovo via. Lavoro e casa, non per stakanovismo, ma per le direttive del governo e per cercare dare il buon esempio. Le chat di Whatsapp coi colleghi che lavorano in Regioni diverse straripano di notizie, aggiornamenti, intervallati qualche volta da meme scherzosi, che vengono subito messi in secondo piano dai dati dei ricoveri del giorno o dalla mail della direzione sanitaria che annuncia nuovi provvedimenti.

Il virus ci ha cambiati: le prospettive ora sono incerte, quello che prima vedevi chiaramente come il tuo futuro prossimo ora è sbarrato da una montagna di incertezza. E non vale ripetersi che non è Ebola, che è un fortuitissimo coronavirus con una mortalità relativamente bassa, che lo sai, l’hai studiato che non è la fine del mondo, ma no. Ormai la certezza per il futuro è vincolata a quello che accadrà nelle prossime settimane. Ed è frustrante.

Ma il virus ci ha fatto capire l’importanza di un abbraccio, del contatto giornaliero con colleghi, infermieri e pazienti; quell’abbraccio che tutti vogliamo tornare a scambiarci quando tutto sarà finito e quell’ “andrà tutto bene” che gira sui social sarà finalmente realtà. Nel frattempo però il virus ci ha messo di fronte due parole dimenticate: comunità e responsabilità. Comunità, che ha un sapore di appartenenza molto più ampio e cosmopolita degli stitici patriottismi sovranisti moderni e che richiama alla responsabilità individuale che è fondamentale perché tutto possa funzionare correttamente.

Come finirà, lo vedremo. Ma se da questa emergenza nazionale che ha minato nel profondo le nostre certezze riusciremo a far nostre e a ricordare indelebilmente le due parole chiave – comunità e responsabilità – allora forse avremo gettato le basi per costruire davvero un futuro nuovo.

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