Donald Trump, il candidato unico per i repubblicani alle prossime elezioni di novembre, per ora sta a guardare. Ormai deve solo studiarsi i due candidati Democratici rimasti in corsa. E per ora se la gode come un mandrillo a guardare tutti quegli altri illusi (una ventina circa da quando sono partiti un anno fa) cadere come birilli al bowling.

Lui non ha bisogno di elaborare spericolate strategie, ha già giocato l’anno scorso la carta vincente (la Flat Tax) che ha drogato l’economia e reso orgogliosi i suoi tifosi. Adesso deve solo tener duro per qualche mese ancora e il gioco sarà fatto per altri quattro anni sicuri alla Casa Bianca.

Non teme nessuno perché, come capacità personali (narcisista, fanfarone, decisionista, spietato) in un confronto diretto, lui si “cucinerebbe” agevolmente sia Joe Biden che Bernie Sanders. Quindi se gran parte degli elettori, come consueto, aspettano il confronto diretto per decidere, stiamo pur certi che Trump vincerà a mani basse. Ancor meglio di come fece quattro anni fa.

Questo non vuol dire che lui è migliore “statista” rispetto ai suoi due avversari, anzi, entrambi sono migliori statisti di lui (con modalità molto diverse, ovviamente); vuol dire solo che lui è molto più bravo di loro nel sapersi vendere a chi ha ricevuto in regalo il gettone per votare (gli elettori). Forse, se dovessero pagarlo si informerebbero meglio sui candidati, prima di spenderlo. E questo è un guaio grosso, per l’America, perché se è vero che i democratici sono quelli che quando governano sembrano sempre spendere di più, perché spendono molto nel welfare (che se non si esagera è sempre una buona spesa), è ancor più vero che nella classifica di chi spende malissimo e lascia enormi debiti da pagare a vincere sono sempre loro, i repubblicani.

Comunque, per battere Trump, i democratici devono puntare (come sembra che già abbiano fatto con Biden nel Super Tuesday di questa settimana) solo sul numero di quelli disposti a votare Dem, non sulla bravura o sul programma di chi potrebbe battere Trump nel confronto diretto. Il programma migliore, visto in tutte le sue sfaccettature, economiche e sociali, e la migliore esperienza e capacità per governarlo sul serio, l’aveva Elizabeth Warren, ma lei è riuscita solo a deragliare Bloomberg, mentre gli altri due l’hanno sorpassata e lasciata per strada.

L’elettorato democratico (se tutti vanno a votare, ed è proprio quello che i repubblicani temono di più) è complessivamente più numeroso di quello repubblicano. Quindi per vincere i democratici devono solo convincere i loro elettori a recarsi alle urne (superando anche i trucchetti normativi che i Rep sempre usano per non farli arrivare). Vedremo stavolta se qualcosa è cambiato almeno a livello strategico.

Dovessero vincere i democratici con Biden difficilmente verrebbero affrontate in modo profondo le riforme più avanzate riguardanti l’economia. La “Modern Monetary Theory” (Mmt) infatti è sostenuta fortemente solo dagli elementi più a sinistra del Partito Democratico, inclusa la Warren, ma lei sarebbe molto prudente nel procedere su quella strada basata su spese stratosferiche ma capaci di sviluppo economico e sociale, lasciando alla Banca Centrale l’onere di frenare quando occorre.

Anche Biden andrebbe un pochino su quella strada, ma molto più moderatamente. Lui invece sarebbe (come è sempre stato) molto più vicino degli altri all’establishment capitalista moderato (Buffet, Dimon, Bloomberg, ecc.). Di Sanders si sa ormai bene che è stato l’unico, negli Usa, a riuscire a “sdoganare” almeno il termine “socialista”, che fino a quattro anni fa era ancora sinonimo di “stalinista”. In realtà non ha niente di stalinista, ma nella patria del capitalismo sarebbe comunque, per l’establishment, l’equivalente di ciò che fu per i Romani l’invasione barbarica.

E’ peraltro molto amato da masse importanti di giovani ipersfruttati e stanchi di vedere un ascensore sociale che quando sale contiene solo pochissimi elementi (il più delle volte già “figli di papà”) mentre quando scende è sempre stracarico di persone che cercano disperatamente di “sbarcare il lunario” in un modello sociale che vede allargarsi solo le due fasce estreme: quella dei poveri, quasi senza protezione; e quella dei ricchissimi, abituali frequentatori dei più noti paradisi fiscali del mondo.

Parlando di America si dovrebbe tornare a parlare delle spericolate politiche estere di Trump, specialmente nel lontano Oriente, che riesce, “un colpo al cerchio e uno alla botte”, a farsi nemici in tutto il mondo invece che amici. Tutti sperano che il popolo americano si svegli e rimandi l’alieno a casa nella sua dorata “Tower Trump”, invece che nella troppo importante Casa Bianca per uno come lui, totalmente allergico alla diplomazia.

A complicare tutte le cose (non solo per lui) è arrivato però adesso il Coronavirus, la pericolosa pandemia che Trump si illude di stoppare come fa coi migranti che arrivano dal lungo confine col Messico, con la perfida autorità dei padroni vecchio stampo e con lunghissimi muri che danno più fastidio agli americani di frontiera che agli immigranti.

Ma con la Sanità che si ritrova, costosissima e che fa di tutto per affondare sempre di più (sperando così di recuperare qualche miliarduccio speso un po’ maldestramente l’anno scorso) sarà proprio impossibile che ci riesca, perché questo virus ha già contagiato mezzo mondo e può essere mortale se il paziente non è curato presto e in modo adeguato.

Ma se i milioni di clandestini che ha già in casa prendono il virus, chi li cura visto che loro non possono frequentare normalmente le salatissime strutture ospedaliere? Lo faranno, per non morire, solo quando avranno la febbre alta, ma a quel punto, quante persone avranno già infettato? Trump (sentito oggi in tv) tranquillizza garantendo che ci penserà il caldo a sterminare il virus. Auguri! Se il caldo, come è probabile, non basterà a fermare il virus, lo aspetta un finale come quello di Bush nel 2008.

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