La California dichiara lo stato di emergenza. La stessa cosa aveva fatto a fine febbraio lo Stato di Washington e la Florida il 2 marzo. Con una nave in quarantena al largo della costa californiana (dove dovrebbe essersi ammalato il 71enne morto ieri e dove ci sono 21 persone con sintomi tra viaggiatori e membri dell’equipaggio) gli Stati Uniti fanno un primo bilancio dell’emergenza coronavirus. Undici morti, almeno più di 160 i contagiati. La diffusione del virus appare concentrata sulla costa occidentale, ma non mancano episodi preoccupanti su quella orientale. Nella città di New Rochelle, a cinque miglia di distanza dai confini di New York City, sono stati rilevati dieci casi. In New Jersey ce ne sono diciassette. Una delle priorità è bloccare la diffusione del contagio alle porte della metropoli. La Casa Bianca, però, minimizza, demoloendo anche le evidenze scientifiche. Per Donald Trump, che ha parlato del tasso di mortalità del 3,4% definito dall’Oms come di “numeri falsi”, il coronavirus è la “nuova truffa” che i democratici vorrebbero utilizzare per distruggerlo. Per l’emergenza il presidente Usa aveva proposto di stanziare solo 2 miliardi e mezzo, ma la Camera dei Rappresentanti ne stanziati 8,3. Fondi che ora attendono solo il via libera del Senato e la firma del tycoon.

CHE COSA SIGNIFICA LO STATO DI EMERGENZA – “Lo Stato della California sta lavorando a ogni livello di governo per identificare i casi e rallentare il diffondersi del coronavirus”, ha detto il governatore Gavin Newsom. Sono almeno 12 le contee della California interessate dal contagio. 53 i casi accertati. Dichiarare lo stato di emergenza significa rendere più veloci le procedure di risposta al virus; permette allo Stato di chiedere il rimborso di parte delle spese sostenute; consente di accedere a fondi federali per l’acquisto di medicinali e il pagamento del personale; dà al governo di Sacramento la possibilità di contrastare ingiustificati aumenti dei prezzi. La crisi in California potrebbe essere resa di più difficile gestione dalla presenza di migliaia di senzatetto nelle principali aree urbane – Los Angeles, San Francisco, Oakland -. Si tratta di una popolazione che sfugge ai controlli e che potrebbe costituire un ulteriore elemento di contagio.

LE NUOVE NORME – Nelle ultime ore il “Centers for Disease Control and Prevention” (C.D.C.), l’agenzia federale per la protezione della salute, ha annunciato una serie di misure per contenere la diffusione del virus. Chiunque faccia richiesta di un test per il corona virus può ottenerlo – nel caso presenti sintomi come febbre, tosse, difficoltà respiratorie – previo assenso di un medico. Ma la necessità di un tampone può essere giustificata anche da contatti con persone affette da coronavirus, come pure viaggi recenti in Cina, Iran, Giappone e Corea del Sud. Le critiche alle nuove norme non si sono fatte attendere. Si teme che non tutti i medici siano in grado di valutare la differenza tra semplici sintomi influenzali e il coronavirus, e che quindi cliniche e ospedali siano travolti da milioni di richieste che non potranno evadere.

LA QUESTIONE DEI COSTI – Il vice presidente Mike Pence, a capo della task-force anti-virus, ha annunciato che il Dipartimento alla Salute “ha definito il test per il coronavirus come un elemento essenziale per la salute della persona, che quindi questo dovrà essere coperto dalle assicurazioni private, così come dal Medicare e dal Medicaid”. Resta però il problema di chi non ha un’assicurazione privata, né è coperto da Medicare (il programma che assiste le persone di oltre 65 anni) o Medicaid (limitato a chi ha un reddito molto basso). Cosa faranno gli esclusi da ogni assistenza, che sono milioni? Come pagheranno un eventuale tampone? Non sono domande ipotetiche. Un uomo della Florida senza assicurazione sanitaria, tornato di recente dalla Cina e con sintomi quali febbre e tosse, è andato al pronto soccorso di un’ospedale di Miami. Aveva una semplice influenza, ma gli è stato presentato un conto di 3270 dollari.

LA MANCANZA DEI TAMPONI – A complicare ulteriormente la posizione è la carenza di test per il coronavirus. Il mese scorso il “Centers for Disease Control and Prevention” ha compiuto un clamoroso errore: ha distribuito ai laboratori pubblici migliaia di test difettosi e comunque non in grado di produrre risultati definitivi sulla presenza del virus. Per ritirare i kit difettosi ci sono volute settimane. Nel frattempo, i laboratori statali e locali andavano in crisi per la scarsità di tamponi. Il governo federale ha cercato di correre ai ripari permettendo a istituzioni accademiche e società farmaceutiche di produrre autonomamente i kit anti-virus – cosa che Cepheid, Hologic e Qiagen hanno fatto. Manca però il via libera definitivo da parte della “Food and Drug Administration” e soprattutto resta un timore: che il ritardo nel rendere disponibili i tamponi abbia accelerato la diffusione del contagio e che sia ormai impossibile contenerlo. “Siamo arrivati a livelli di incompetenza che nessuno si sarebbe lontanamente aspettato dal C.D.C.”, ha detto un epidemiologo di Harvard University, Michael Mina.

LA BATTAGLIA POLITICA – Nelle scorse ore la Camera dei Rappresentanti ha stanziato 8,3 miliardi di dollari per la lotta al coronavirus. Dopo il passaggio al Senato, la legge verrà inviata alla Casa Bianca per la firma di Donald Trump. L’urgenza della misura è testimoniata dal risultato del voto alla Camera: 415 favorevoli contro 2. La legge amplia enormemente la cifra iniziale che l’amministrazione Trump aveva deciso di stanziare per l’emergenza: solo 2 miliardi e mezzo. Per giorni la risposta della Casa Bianca è stata criticata: tardiva e poco efficace. Trump ha prima cercato di minimizzare la minaccia coronavirus sul suolo americano. “È tutto sotto controllo, abbiamo un solo caso di contagiato, in arrivo dalla Cina”, diceva il presidente a fine gennaio. Il 4 marzo, parlando a Fox News ha poi aggiunto di avere “l’impressione” che “i dati dell’Oms siano falsi”.

Trump spiegava anzi che il vero problema, “ciò che mi ha davvero sorpreso, è che una normale influenza uccide nel nostro Paese tra le 25 mila e le 69 mila persone all’anno”. Addirittura il segretario al commercio, Wilbur Smith, faceva presente che l’emergenza globale avrebbe provocato il ritorno di molti posti di lavoro dall’estero negli Stati Uniti. La sensazione che l’amministrazione non sapesse che pesci prendere è stata chiara quasi subito. Di fronte a una commissione del Senato, il segretario alla sicurezza nazionale Chad Wolf confessava di non sapere come il virus si trasmettesse tra umani e quanto fosse pericoloso. La nomina di Mike Pence a capo del gruppo di lavoro sul coronavirus non ha contribuito a placare gli animi. Oltre alla preghiera con cui il vice presidente ha aperto i lavori di una delle prime riunioni della commissione, Pence è stato criticato per la sua scarsa preparazione scientifica. Nel 2015, quando era governatore dell’Indiana, Pence avrebbe preso una serie di decisioni disastrose che hanno poi portato a un aumento di casi di HIV nel sud dello Stato.

La discussione sul coronavirus è entrata anche nel dibattito delle primarie democratiche. Tutti i candidati hanno criticato la gestione dell’emergenza da parte di Trump. Elizabeth Warren, che si è ritirata dalla corsa dem poche ore fa, aveva anche preparato un piano per fronteggiare la situazione. La senatrice del Massachusetts ha proposto tamponi gratuiti e aspettative pagate per chi è contagiato o è costretto a saltare il lavoro per assistere un malato. 400 miliardi di dollari in investimenti federali dovrebbero sostenere l’economia americana in difficoltà. I repubblicani hanno risposto accusando i democratici di voler usare il coronavirus come “un’arma politica”. Chi è andato più in là di tutti è stato Donald Jr, il figlio del presidente famoso per le sue prese di posizione spesso estreme. A Fox News, Donald Jr. ha spiegato che i democratici “sembrano sperare che il virus arrivi negli Stati Uniti e uccida milioni di persone, in modo che possano farla finita con l’impressionante serie di vittorie di Trump”. Papà Donald ha poi rilanciato. “Hanno provato a distruggermi con la Russia. Non ci sono riusciti. Il coronavirus è la nuova truffa”. Il “new hoax”, l’ha chiamato il presidente, una “truffa” che sta però allargandosi e uccidendo anche negli Stati Uniti.

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