Non riesce a darsi pace, è costantemente agitato e incapace di stare fermo. Anche le mani gli tremano. Me ne accorgo mentre mi consegna il foglio del Comune di Roma che gli comunica, in un paio di righe, che lui e la sua famiglia “dovranno lasciare le stanze libere da persone e cose improrogabilmente entro la data del 7 marzo 2020”.

Da 10 mesi vive nel centro di accoglienza di Centocelle, a pochi metri dal parcheggio dove più di due anni fa trovarono la morte le tre sorelline rom nel tragico rogo notturno. Lui neanche lo sa ma io quel posto me lo ricordo benissimo.

E mi ricordo bene anche di lui, Costica, 40 anni di una vita difficile, talvolta tragica, con un’infanzia trascorsa tra orfanotrofi rumeni prima e le fogne di Bucarest dopo. La prima volta che l’ho incontrato è stata nel 2012 quando conobbi lui e la giovane moglie disabile, condannata a vita su una carrozzella. Dopo anni in roulotte, a seguito dell’ennesimo sgombero, con la moglie, la suocera e la figlia di tre anni erano finiti nel centro di raccolta rom di via Salaria. Una struttura gestita dall’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e di san Trifone dove erano stipati in spazi asfissianti 400 persone di cui la metà bambini.

Per quel posto infernale, uno dei tanti simboli di “Mafia Capitale”, l’Amministrazione Alemanno aveva deciso di spendere per ogni nucleo circa 20.000 euro l’anno e in quelle camerate la sua famiglia era rimasta 5 anni. Poi, nel marzo 2016 il trasferimento nell’altro centro di raccolta rom di via Amarilli, periferia orientale di Roma, gestito dal Consorzio Casa della Solidarietà. Qui la spesa era addirittura maggiore, come dimostrarono i rapporti che presentammo in quegli anni in Campidoglio.

Dopo gli scandali relativi all’accoglienza che “rende più della droga”, le due strutture furono chiuse e Costica, che nel frattempo aveva avuto il terzo figlio, venne spostato nel terzo centro, quello di via Toraldo dove resterà parcheggiato un paio di anni prima del trasferimento in via di Torre Maura. Ricordo ancora in quei giorni la sua faccia spaventata oltre le finestre della struttura con sotto i camerati di Casapound che minacciavano lui e i suoi figli. Il centro di Torre Maura era gestito dalla Medihospes, colosso nazionale già al centro di diverse indagini per presunti legami con Mafia Capitale. In quei giorni di aprile, ricorda Costica, “ho avuto veramente paura e quella paura mi è sempre rimasta. È come se fossi tornato indietro alla mia infanzia, al buio orfanotrofio dove ho vissuto i primi anni o ai tombini delle fogne oltre i quali mi dovevo nascondere come un topo”.

Nel caos mediatico di quella vicenda finii per perdere le tracce di Costica che, dietro disposizione del Comune, era questa volta finito a Centocelle, in una struttura gestita sempre da Medihospes. Qui Costica ha trovato un po’ di pace, è riuscito a sistemare qualche documento, ad iscrivere i bambini a scuola, a vedere riconosciuto lo stato di disabilità al 100% della moglie.

Il 7 marzo Costica, sua moglie, sua suocera e i suoi tre bambini finiranno per strada, come recita la lettera a firma del dirigente dell’Ufficio rom. Nell’indifferenza generale e forse anche con la colpa di non aver potuto approfittare del bonus casa concesso dalla Giunta Raggi. “C’ho provato – mi confessa Costica – ma chi mi darebbe casa nella situazione in cui mi trovo? Non si fidano del Comune e dovrebbero fidarsi di me?”. Ogni risposta sarebbe quantomeno irragionevole.

L’accoglienza di Costica e della sua famiglia sarà costata in questi anni ai contribuenti romani più di 150mila euro. Una gallina dalle uova d’oro che oggi però, in tempi di magra, non rende più e quindi lasciata al suo destino. Con un “Piano rom” che si riempie la bocca di parole come “inclusione”, “rispetto per le fragilità”, “percorso partecipato” e sempre più famiglie che, in nome di un regolamento scritto dentro gli uffici comunali, finiscono in strada, fuori dai “campi” e dai “centri di accoglienza”.

E senza nessuno che si sia fermato ad ascoltare Costica, il suo passato tragico, ma anche il futuro che riguarda ora solo i suoi figli perché, mi confida, “la mia vita non ha mai avuto senso. Ora devo solo pensare a loro per garantirgli qualcosa, anche piccola, che io non ho mai avuto da questa dannata vita”.

Ad aspettarlo c’è un Paese in preda al panico che, obbedendo alle nuove raccomandazioni, deve evitare abbracci e strette di mano. Ciò di cui Costica avrebbe tanto bisogno. Ci vorrebbe anche il coraggio delle istituzioni. Ma c’è il coronavirus e anche l’aria ci fa paura.

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